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Le sue mani, credevo non le avrei ritrovate mai.

Le dita affusolate, le lentiggini leggere, la pelle un poco ruvida, non troppo, di rotelle di obiettivi (dimenticati, poi) e di brugole e scale, quando serve.
Il suo tocco credevo non l’avrei ritrovato, una carezza e l’istinto nei movimenti, come se fosse una storia d’amore di una vita, il palmo della tua mano, la mia schiena, le tue dita, le mie labbra.

Ho una foto delle tue mani, c’è disegnata sopra una città, e il senso di quello che ci legava è un po’ anche lì, su quella foto stropicciata e sulle tue parole dietro, scritte con un pennarello blu.

Le sue mani, credevo non le avrei ritrovate mai.

Ma nessuno è insostituibile davvero, e i tratti indispensabili che disegnamo per cogliere gli altri e ciò che rappresentano, per noi, somigliano ai tratti di altri incontri, altri momenti. Trascuriamo l’essenziale, non sappiamo qual è, l’essenziale. E ci somigliamo tutti.

Così in un luglio di tre anni dopo, ho ritrovato le sue mani, un abbraccio con i confini più vicini, ma più vero, e ho constatato che è così, nessuno è indispensabile, tutti ci somigliamo. E mi sono sentita leggerissima.

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