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Che poi era tanto tempo

Che poi era tanto tempo
Dormire insieme e i dubbi e la colazione e il caldo e le coperte

Che poi era tanto tempo
Sapere delle cose di te, e condividere e pensare
Alzare il termostato e togliersi il maglione, solo per stasera, solo per stasera.

Era da tanto
Proiettarsi in universi che non sono miei
E avere una paura viscerale
E perdere la trebisonda, forse, un po’

Che poi pensandoci bene le sensazioni sono sempre quelle
La strizza e il mal di stomaco e i sorrisi a caso
Vedere cose che combaciano e cose che non c’entrano niente e chiedersi come sarà

Folletti e sneakers di marca
E vicinanze e abbracci e incroci

Io non li vedo, i futuri possibili
Ma vedo presenti pieni di sole
No drama, ché abbiamo deciso così.

E non ci ero più abituata.

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10 gennaio 2016 · 5:25 pm

New year.

C’è quella scena finale di Harry ti presento Sally, quella in cui lui corre e corre e corre e arriva alla festa dove lei, capelli cotonati (che solo Meg ci poteva stare bene lo stesso, con quei capelli lì) e sorriso triste balla con un tizio a caso, e lui la trova e dibattono sulla canzone e poi lui le dice quella cosa del resto della tua vita con qualcuno.

Ecco quella scena l’ho molto pensata in queste passate settantadue ore, che come mi hanno detto di recente questo lessico che usi te nessuna persona normale lo usa, il verbo amare lo coniugano solo nei film. Che poi i film anglosassoni mica si espongono così tanto, love è diverso da amare, diceva la mia prof del liceo, o almeno può esserlo.

E così stai sempre ad esternare, e io mi difendo, e argomento che chiamar le cose con il loro nome sarà cosa da bambini che mi ha fatto faticare nell’adolescenza emarginata, ma son sopravvissuta pure senza fumarmi le canne nei circoli in cui tutti lo facevano, figurati se ci rinuncio ora. E quindi capitolano e dicono no io una come te l’ho conosciuta tempo fa, era strana, ci stavo insieme. E io rido un po’.

Decido per onorare l’anno pari di non frenare gli slanci anche se non son sicura, ché chi non ha mai avuto dubbi non ha mai fatto nulla (forse), ché volevo dire meno parolacce, meno “comunque” e fare l’amore di più. E poi, abbiamo chiuso porte vecchie e logore e tristi anche se bellissime. Ed è il momento di aprire le finestre.

E quindi anche se non me lo immagino, io, il resto della vita, ho raccolto tutte le carezze non date, i baci nell’aria, il desiderio a segni alterni, ho messo in discussione l’interpretazione di gesti sbagliati e pianti incomprensibili del giorno dopo. Ho trovato il coraggio di cancellare molte cornici e molti recinti e anche un po’ di paura. Era pure capodanno. Ed è stato bellissimo.

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Feels like you, smells like you

Ci sono delle persone che in qualche fase della vita sono come dei talismani
Ché lo sai che ci sono, e stai meglio
E ci pensi e ti viene voglia di ridere

E c’è questa forma di amore nuovo
Questo sorridere e la voglia di farsi trattenere in un abbraccio
Immaginarsi nei pomeriggi d’autunno
Quelli che sanno di casa (e non è solo perché stanno arrivando, no)

Come una felpa morbida, qualche presenza .

Mi manca tanto altro
Ma per ora è una bella novità

Anche se non ho futuri reali per noi
Nemmeno prossimi, nemmeno limitati

Ma ho molteplici presenti di sole e sorrisi
E caffè e giornali e un bacio sulla guancia

E mi manchi quando non ci sei, amico

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Lost in the weekend

Andiamo a vivere su Marte
Oppure a Rimini sul mare

Ma non ci sono le terrazze sui tetti
Non ci sono le facce attese che compaiono sopra ad una camicia blu petrolio, e i sorrisi e i buffetti a cui potresti rinunciare
Le letture di tarocchi dicono le cose sbagliate che però forse son giuste, ci guardiamo al di sopra delle figurine e cerchiamo di sdrammatizzare, e riconosciamo la Malvasia nei bianchi sfusi, sorrisi, sorrisi.

E finisce che siam sempre lì, ti lascio tutto per il mio quadrante di Roma
Anche se senza la macchina sembra più grande di un quarto di mondo

Dormo sonni profondi e inspiegabilmente indisturbati, biscotti a colazione, ci vediamo la prossima volta. Forse.

Quanta poesia ci può essere nel portarti a casa sulla canna della bici e respirarti tra i capelli, fosse solo quello, basterebbe.

E assorbo tutto, io.
Wer bin ich?
Assorbo le sensazioni le considerazioni le canzoni
Le proiezioni di quel che penso pensino gli altri

Nelle strade ascolterò la gente
Con i suoi pensieri in fila
Nelle metropolitane nei finesettimana
C’è chi ha voglia di ballare

Ci siamo noi che andiamo a cena con la metro
Che non ci somigliamo ma ci occupiamo un pezzo di cuore

E sono travolta da quanto i miei baricentri siano altrove rispetto a dove avrei pensato

E ce l’ho, quello che voglio
Almeno un po’.

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Altrove e nuovamente

E continuare
Per questi pochi chilometri
Sempre pieni di ostacoli e baratri
Da oltrepassare
Sapendo già che tra un attimo
Ci dovremo di nuovo fermare

Life is sweet

Ho le scarpe chiuse e uno zaino pesantissimo.
E questa è un po’ una metafora di vita e un po’ una verità scomoda.

Cammino, attraverso l’estate romana che è deserta sempre meno vero (1,7 milioni nella capitale per ferragosto, diceva la radio), barcollo e compro una bottiglia d’acqua grande, per il treno che mi aspetta. L’intimità forzata dei viaggi in notturna mi investe. Ma sarà solo poco sonno frammentato prima di giungere alla mia destinazione.

Ho giorni francesi di contrasti e nostalgie, di pane e formaggio e poco mare e città diverse, tanto da sembrare uno di quei viaggi fatti durante l’adolescenza. Ho giorni francesi di tentativi linguistici e sguardi languidi, di papà giovanissimi e bambini color cioccolato, di tanta Africa e barche e visioni inattese, di amicizie che vacillano senza scoppiare, di vecchie brillanti e sole e delle loro piscine.

Non mi interrogo nemmeno troppo, fiera di questa sospensione che mi ha distolto e distratto.

Ma penso, nei miei cento minuti romani. È bello avere un posto così bello per tornare. Serve una casa in cui tornare per viaggiare, dice M., che forse era Jovanotti ma resta vero, almeno per me.

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La via più breve

Per andare dal punto A al punto B a volte sarebbe comoda una retta, una poco-curva, una geodetica se serve (che concetto prodigioso, poi).

E io invece sto imparando che i veri percorsi sono tortuosi, mischiati, nebbiosi, e certe volte prevedono che siano voltate le spalle alla destinazione d’arrivo. Necessariamente. Poi, i tornanti.

Avverto che all’improvviso l’aria è cambiata, sarà che qualcuno si è portato via il caldo intollerabile di luglio, e si può dormire in luoghi che non ti appartengono, e si può svegliarsi presto e intontiti, e fare amicizia coi vicini di tavolo al bar, facendo colazione, e stare, attraversare, non chiedere, non ridere, godere del momento, e basta.

Ho nuove persone che brillano di una vicinanza inusuale e bella, ho vecchi pezzi di cuore e braccia e anima che mi girano intorno e progettano partenze, ho casa e la città che è più vera che mai.

Ho una pelle nuova sgusciata dalla mia scorza protettiva, un nuovo senso del tempo e delle attese, la prospettiva dei saggi, ma solo un po’. E l’impazienza dei bambini. Sarà che ho un nuovo apparecchio ai denti.

(Amore mio, è arrivata l’estate)

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Lontano

Andare,
procedere.

Un corridoio con l’aria condizionata a contenere le nostre nostalgie,
un sole che scalda l’aria calda, in una spirale pericolosa e inevitabile.

Aiuti e gentilezze che travolgono ciò che mi aspetto, ciò che mi manca, ciò che non si può immaginare. Un caffè. Siediti qua che lì c’è il sole.

Tanta luce, e voglia di staccare la spina, e limiti e risposte binarie.

Cancellare vecchi copioni, ritrovarli nei file trash della propria (inconscia) penna USB. Prendere tram e attraversare la città, facendo foto alle pagine dei libri e all’aria. Ché Roma è così, fai una foto ed è subito Sorrentino. E trovarsi di fronte espressioni familiari, che vengono da un altro tempo, che però, per un secondo, sembra ieri.

E io ho questi modi multiformi di lasciare che le persone mi prendano il cuore, queste vicinanze che non so raccontare, questi amici profondissimi, questo orizzonte un po’ storto a cui non so immaginare di rinunciare. Ci sono loro e ci sono io, in questa estate asimmetrica, e bagno i piedi in un canaletto ghiacciato in questa Roma da Sorrentino, e mi sento lontanissima. Che è una cosa anche bella, poi.

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…e folle volere, e voglia di andare

Quando dimentichi un pezzo di te, quando non ricordi di somiglianze che ti coinvolgevano, quando trascuri immagini che ti sembravano di specchio,

ecco in quei momenti,

è sempre strano risentire quel profumo, toccare un’altra volta quel vestito, ascoltare di nuovo una canzone che era una narrazione, per te, sentirla passare così per caso, nell’altra stanza.

E le mie nostalgie e i miei sogni di gloria, e i miei colori e le mie nuvole, così sono di nuovo tutti in fila.

Sono passati cinque anni e ho voglia di crescere,

e parliamo di periferie e di progetti con un senso nuovo, una prospettiva diversa. Saranno i trenta che arrivano?

E le scelte hanno un sapore diverso,

ed è tutto più ponderato e sembra quasi più coerente, più profondo.

Sì, sono contenta di diventare grande.
Ma mi somiglio ed è bello accorgersi anche di questo.

Saremo felici, quando saremo.
Ma intanto, un po’, lo siamo anche adesso.

…quel giorno speciale
Daniela velluto di cuore e di mani
finiti gli esami fu preda del luglio
e quando in settembre partimmo da Roma
col sole e la luna per noi
sognavi di avere quel sorriso in tasca
che ho visto su vele in burrasca
il folle volere voglia di andare
sconfigger la noia col dare
che fare o non fare

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In un film

Ogni tanto penso che sarebbe bello filmarci.
Ognuno nel suo pezzo di vita, con la colonna sonora appropriata.
Saremmo belli così, con i tigli che cominciano a fiorire, of the night dei Bastille che ci ricorda le nostre infanzie e preadolescenze di profumi Malizia e come te nessuno mai.
Ognuno ad inseguire le proprie visioni del mondo, ad inserirsi nella rete di connessioni dell’inconscio, senza accorgersi di starci stretti, almeno un po’.

G. ha la sua primavera e mi somiglia così tanto che mi fa quasi male agli occhi starla a guardare, sorridendo, da qui.

G. mi ama, disperatamente, da anni, e insieme camminiamo sul ghiaccio sottile dei non detti, che scricchiola così tanto. Sono stata in quella sua casa col giardino, al centro, piena di luci soffuse e cose belle e legno e fiori, anni fa. E pensavo a come è strano avvicinarsi così tanto e non incontrarsi mai. Lo pensavo allora, lo penso ora.

S. è il mio parafulmine, il mio spiraglio tra le nuvole, la mia spalla. È la mia parte costruttiva, e per questo un pezzo di me lo amerà sempre. Anche perché non credo che molti abbiano accesso a questa parte di lui. E penso a come è strano avvicinarsi così tanto e non incontrarsi mai.

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Tutti vicino

È di ieri sera, in un alberghetto improvvisato tra le case basse della Bolognina, la sensazione che basti davvero poco per sentirsi a casa.

Per esempio, dopo ore ed ore ad inseguire treni in giro per l’Italia, dopo trecentocinquanta chilometri in macchina, dopo il funerale di una persona buffa che mi chiamava Mitraglietta, ed era anche il papà del mio amico M., fratello dell’anima, dopo la solidarietà di sconosciuti in una stazione del centro Italia, e la clemenza dei controllori di fronte ai miei accessi di tosse cavernosa, sentirsi a casa è una tazza di camomilla zuccherata, bevuta guardando Fabrizio Gifuni in uno sceneggiato improbabile, alla tivù, col volume basso come solo negli alberghi.

Sentirsi a casa è tre ore passate forzatamente a fianco di un’amica con cui fratture e incomprensioni hanno impedito i contatti in questi mesi, in una straordinaria catarsi dalla (squilibrata) dipendenza reciproca. E scoprire che le vite sono distanti ma in generale somigliano ancora molto a sé stesse. E che se si vuole, i fili sono ancora lì, pronti per essere ripresi. Se si vuole.

Sentirsi a casa è il labirinto di telefonate e contatti rispolverati al bisogno che fa tanto rete e fa tanto Italia (e soprattutto, tanto Sud, nella sua accezione più meravigliosamente positiva, che non cessa mai di stupirmi). Che mi porta a sentire una voce strascicata dire “aspetto la tua chiamata in ogni caso”. E che è una cosa che fa sentire meno soli al mondo.

Sentirsi a casa è M. che ti guarda con quegli occhi da bambino, e tu pensi che l’emancipazione passa per vie particolari, e speriamo bene per la nostra vita davanti.

Sentirsi a casa è un treno regionale nella mia pianura, come quelli che prendevo da ragazzina macinando i chilometri per andare ai concerti, nella nebbia del primo mattino.

Sentirsi a casa è sentire che se servirà ci saremo, nelle nostre vite. Tutti, vicino.

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