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Silenzi, pieni.

Succede che mi perda, nei giorni, tra le righe.

Succede che le narrazioni si interrompano, fuori tempo, fuoriluogo.

Succede di leggere commenti di vicini del web, di quelli che ci sono da tanto che sembrano i vicini di casa, l’empatia diventa familiarità (o la familiarità diventa empatia?). Vicini che ci sono, da così tanto che ancora ti ricordi la volta che li hai intravisti a via Induno, una pancia promettente (loro), una Lancia verdina e accogliente (nostra), le vite così diverse, la loro e la tua, che sembra un altro mondo, da qui.

Allora, da uno spunto fuori, mi accorgo di esser lontana. Metto la bossanova di sottofondo e mi concedo il tempo di raccontarmi. Saudage, come diceva Fernando e mi sembrava insieme così bello e così scemo, quella notte.

Succedono insieme tante cose. Ho messo la mia firma su un pezzo di carta che delinea una casa come mia. Intermezzo bancario, velleità borghesi, certo che sì, nostro malgrado, ma una radice a Roma, una radice mia. Hanno detto, ho diciotto mesi per spostare la mia residenza. Niente più nordest, dunque, un altro cordone ombelicale reciso, e anche se è solo simbolico fa strano, strano.

Ho incartato pentole e libri e tazze e vestiti, ho pianto un po’, tutto ciò è compiuto, ebbene. Tutto ciò, misto ad arrabbiature che avrei voluto non fossero mie, ma ci sono. Aspetto dunque il giorno ics, in cui tutto (tutto) sarà trasportato di duecento metri, tra muri vicini, ma non troppo, che attendono il colore del mio nuovo amore (e non è una metafora). Il mio amore che colora, e poi parte e se ne va lontano, e io che gli voglio bene ma non lo amo, in realtà, sono un po’ triste e un po’ sollevata, come nelle grandi occasioni. Io sto.

Mi hanno prestato un frigo da campeggio, mi hanno detto che sono brava.

Sto. Felice e stanca, e interrogativa in egual misura.
Si gira una pagina importante e ancora non me ne rendo conto, mi sa.

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Keep on moving

Comincio a inscatolare, esorcizzando il passato, rimuovendo partenze attese, nella gioia della libertà collettiva, l’unica sensata, concessa dal vivere e lasciar vivere.

Leningrado all’orizzonte, e non solo all’orizzonte. Intorno, sopra, sotto, davanti. Avvolge, la metafora giusta, promette momenti felici e modi di stare concretamente, meravigliosamente libertari.

Con N., la metafora giusta, arriva anche la pacificazione (finale?) con il mio modo di stare al mondo, che altri e altre apprezzano da tempo più di me. Non si può dire che io sia stata ferma, in questi anni, ribollendo ripensamenti nati da strappi antichi. Ma il senso dei percorsi, anche quelli compiuti in prima persona, è difficile da esplicitare, mettendo una parola dietro l’altra. A volte solo un osservatore esterno può regalare il punto di vista giusto.

Inscatolo e tossisco la polvere dei quattro anni passati qui. Questo è il posto che, più di tutti, ho chiamato casa. Ma ora mio fratello e mia sorella sono lontani, ed è giusto sperimentare altri modi, altre vie.

E mentre scrivo libri, scarpe, bricolage e altro col pennarello rosso, e amici berlinesi dicono su skype “mi sembri positiva”, sono insieme curiosa, esaltata e serena.

E’ il momento di andare avanti.

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Via dei Matti, numero zero.

C’era una casa molto carina
Senza soffitto, senza cucina,
Non si poteva entrarci dentro
Perché non c’era il pavimento
Non si poteva andare a letto
In quella casa non c’era il tetto
Non si poteva fare pipì
Perché non c’era il vasino lì
Ma era bella bella davvero
In Via dei Matti numero zero.

Cibo vacanze e riposo.
E rovistare tra le tazzine e i bicchierini da liquore bordati d’oro, rendersi conto di aver tra le mani oggetti che hanno tre volte la mia età, assaporare con l’animo del “lo sapevo, io”, finalmente, i benefici della vena da accumulatore seriale ereditata senza scampo dalla parte materna dell’albero genealogico.
Combattere il sentirsi privilegiata e anche vagamente fuoriluogo, come non fosse vero, come non fossi adatta, davanti a preventivi per una cucina low-profile, a progettare l’arredamento di una casa mia.

I dubbi mi assalgono e si traducono in mal di stomaco e senso di straniamento, come se pochi giorni in famiglia avessero passato una patina nebbiosa sulla mia vita vera. Nebbia leggera, alimentata rifiutando telefonate amiche e procedendo col solito, primaverile, check-up medico. Patina squarciata di vero dalle telefonate del mio capo.

Il lato B della vita è bello e strano insieme, da qui. Ci sono progetti a lungo termine che cozzano con la precarietà della mia vita reale, ci sono amori leggeri, però presenti e solidali. Ci sono aperitivi sotto la Basilica meravigliandosi del caso, che ti fa ri-incontrare bei compagni di qualche giorno, qualche notte o qualche anno. Ci sono immaginari spostati, c’è camminare per strade che sono state mie per vent’anni e non riconoscere più i negozi, le facce, le parole.

Ci sono anche gli interrogativi sul dopo.
E le convinzioni che miracolosamente sembrano più forti, altrove.

Ci sono i treni e i computer, e le liste di cose che compulsivamente compilo, sperando che gli imprevisti se ne stiano silenti per un po’.

C’è anche tanta luce.

 

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Blind date

Primavera è vedere una faccia che non ti aspetti tra la folla, sentire brividi che non ti aspetti, chiamare un nome a voce alta camminando su un prato al sole. Primavera è provare questa sensazione di frivolezza e un po’, proprio, di idiozia, quando ti accorgi che, quando una persona è presente, ti sembra meno variopinta, interessante, attraente e caleidoscopica di quando si volta e, camminando nel sole, si allontana da te.

Che fai, mi stai pedinando?

Primavera è scrivere messaggini a persone che non sai bene chi sono, con cui l’amica (la-spalla-migliore) ti ha organizzato un appuntamento al buio, con tanto di numero mandato via sms senza nome associato, con il commento ‘goditelo perché queste cose succedono raramente nella vita’.

Primavera è i progetti che maturano, e sentirsi soverchiati e anche un po’ soddisfatti, anche se niente è (ancora) andato in porto, ma finalmente ci sono tante cose diverse, nei giorni, e c’è spazio per aggiungerne altre. Perché a me ci vogliono nove mesi per guarire dalle cose, e nove mesi stanno per scadere. Tic, tac.

Primavera è sentire vuoti, a tratti, ma meno di prima.

Va bene così.

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Noi

Ci siamo noi che ridiamo del nostro alcool e sminuiamo i nostri successi, ipod sui mezzi e sguardo nel vuoto, nei pensieri persi. Muso duro e barèta fracà, si diceva dalle mie parti, e forse è stato uno stato emotivo generazionale anche in altri tempi, questo.

Ci siamo noi che leggiamo la normalità in scelte e prese di posizioni in bilico, abituati al disagio, lieve o profondo, del momento storico o del luogo geografico. E io seduta, in un inusuale silenzio, ascolto, osservo e mi bevo, durante i confronti, tutto quello che è diventato quasi familiare, sempre attraverso la pelle degli altri (con tanta empatia, però, si intenda).

Ci siamo noi che “siamo troppo quadrate”, noi così uguali sulla carta e così diverse negli esiti, L. che mi fa così arrabbiare certe volte, ma è la mia persona, e l’altra mia metà, in qualche modo.

Ci siamo noi che ci avvolgiamo nel cinismo come in una sciarpa di lana un giorno d’inverno, e se non guardi bene sembriamo frivoli e superficiali. Ma se pungi nei punti giusti è facile smentire la prima impressione.

Noi che riempiamo i giorni ma viviamo vite in togliere, alla ricerca della facilità che pensiamo di avere, a priori, ma che ci è stata negata ab initio, o almeno così sembra.

Ci siamo noi, fragili sotto un ombrello rubato al bar, occhi rossi di cloro o di qualche smarrimento di troppo, ché non saran tragedie ma non son nemmeno rose, soprattutto per qualcuno, di noi.

Ci sono io che ad alcuni di questi noi appartengo davvero, ad altri solo per empatia. Ma corro e faccio tante cose e vedo tanta gente e ci provo forte, a non perdermi. E abbraccerei forte proprio tutti, questi noi.

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Prendi questa libertà, che ti porta dove va

“Sono affascinata dal caos del desiderio”, spiega la scrittrice Ashley Warlick, “dal modo in cui le persone cercano di combaciare tra loro, si dilaniano l’una con l’altra, per il bisogno dell’altro, per il bisogno di una parte dell’altro”. Il tuo compito, Pesci, è celebrare il caos del desiderio, guardandolo con meraviglia e divertimento e apprezzandolo per tutto quello che ti può insegnare. Il tuo motto per questo san Valentino potrebbe essere: “Benedico la caotica grandezza del mio desiderio”.

Insieme sentivo il bisogno di annotare reminescenze bambine (che probabilmente han prodotto più pezzi di me di quelli che sono disposta ad ammettere), pensieri belli (di cui, l’altro giorno), ma non eccessivi, consigli che mi rispecchiano. Di annotare la necessità verbale, fisica, mentale, spirituale, di esplorare il “nuovo”.

Sentivo il bisogno di annotare tutto questo per rendermi conto, finalmente e senza possibilità di equivoco, che questo sentire è una cosa bella. Anzi, come dice L. con il suo sorriso speciale, una cosa grandiosa.

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…a love that keeps me waiting.

Mi manca la sicurezza. La sensazione di sapere che quando parli qualcuno riderà e ti darà un bacio, anche se hai detto una stupidaggine. Quella cosa che ti fa respirare un po’ più leggera. Mi manca un po’, una radice, mi manca. E spererei in un universo fatto di reti, come aveva detto V. tanto tempo fa, parlando d’amore. Quanto mi aveva fatto incazzare, quel suo anarchismo ostentato, ricercato ostinatamente. Quel tratto idealistico che mi aveva fatto innamorare di lui tanto tempo prima, da un certo punto, com’è ovvio, forse, era diventato intollerabile. E invece eccomi a ripetere le sue posizioni, da una distanza siderale.

E mentre sto qui a proclamare idealismi, e a parlare, ancora, di mancanze, mentre piove, e si è rotto il computer, mentre faccio tardi all’università perché penso che se mettessi piede a casa crollerei addormentata come Aurora, mentre tutto questo accade, sento un po’ le mani che tremano, e aspetto un appuntamento. Mentre ripenso al film che ho visto e di cui avevo già letto, che mi ha fatto pensare tanto ad A., alla (mia) sua mancanza, e anche un po’ ad M., e ai miei uomini scapestrati, sento un po’ le mani che tremano e aspetto un appuntamento. E mi impongo l’annullamento delle aspettative ma anche delle paure. E sono un po’ orgogliosa di me, metto il rossetto e sorrido. Stasera proviamo una cosa nuova.

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Invul nera bile

Che sarà di noi tra qualche anno, quando le strade aperte e possibili saranno meno, quando si sarà affievolito l’entusiasmo o quella lucina chiamata speranza? Forse, penso, al calare dell’adrenalina e della fretta prenderemo tutti un bel respiro, e ci accorgeremo che quel che abbiamo scelto va bene, che di futuri possibili e vicini ce n’erano tanti e non è solo uno, quello in cui si poteva essere felici.

E intanto passiamo serate insieme per salutarci, ora che quel grande limbo di gioia, curiosità e stress che è l’università sembra essere finito, tutto ad un tratto, per tutti.

E chissà se “poi”, poi, sarà davvero peggio, o davvero meglio, forse è solo un succedersi di cose di cui uno ha paura, na cifra, ma a che serve interrogarsi troppo?

Una persona saggia (stringigli la mano, mi ha detto il mentore dai ricci grigi) una volta mi ha detto di non vivere ogni momento come se dovesse modificare ineluttabilmente il corso della mia vita. E io impaziente ho detto sì sì senza pensarci troppo, e invece aveva ragione lui. Che riesce ad essere matto e saggio nella stessa misura, come nella più nobile tradizione della follia.

Quindi passiamo serate a bere vino da bicchieri di plastica, a farci offrire la cena da visi amici (che per dire amiche proprio forse ci vuole un altro po’), ad osservare il multiforme e meravigliosamente eterogeneo groviglio di persone, affetti e memorie condivise che ci circonda, e ad essere felici per cinque minuti, un’ora o una sera. E il resto verrà, quando sarà il momento, e sarà peggio del resto dei nostri genitori, e forse sarà meno di quello che ci avevano promesso, ma in qualche modo sarà nostro, se non altro.

Invul
Nera
Bile

[p.s. Il fatto che la critica sociopolitica, sottesa e banalmente implicata da questo scritto, non sia esplicitata è da intendersi come scelta puramente stilistica. E come il titolo lascia intendere, non è che non ci sia, nella testa di chi scrive].

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Gli anni dispari e altre occasioni

Hai visto che perle rivela inaspettatamente questa città?
Ma non sono qui!
Sì, però sono
di qui.

Pensi che ci torneresti, qui?
Non so, no comment, certo bisognerebbe ricominciare da zero. 

Con un bicchiere di vino bianco ho cancellato, come ogni Natale, un po’ delle distanze fisiche che mi separano dalle mie amiche di antica data, quelle del liceo, quelle a cui vorrei mostrare ogni ragazzo nuovo per sentire la loro opinione, quelle che mi fanno pensare, ogni volta che le incontro, al perché non ci vediamo di più, perché non le vado mai a trovare, io, che ho la sedentarietà nel sangue mio malgrado, e all’inizio di ogni anno faccio propositi viaggianti che poi non mantengo (quasi) mai.

Sedute ad un tavolo con gli scomparti e gli oggetti, sotto il vetro, facevamo i discorsi da upgrade, come dice Ang, parlavamo di progetti, convivenze, prospettive future. La vita vera sta cominciando, e noi continuiamo a non crederci troppo ma a crogiolarci in questo limbo di prospettive possibili e interrogativi grandi, giganti, all’ombra dei quali pare non vedersi per niente, la luce del luminoso futuro che ci avevano prospettato, un (bel) po’ di anni fa.

Ma niente tristezza, la mia amica L. dell’interrail che ha avuto un anno difficile, ed è più bella che mai, mi dice avevo quasi perso le speranze e sorride, un po’ mesta, un po’ sarà la pillola, il vuoto di cose, un po’ non si sa. Io che provo a comprar casa e cambiare residenza, e ho più paura del medico di base che del mutuo, io, quando lo dico la gente fa gli occhi a palla e mi fissa, e a me non par vero, non ancora, tocchiamo ferro.

Io, che mando messaggi che non dovrei, suggerisco, compro giubbotti in ecopelle e provo mille rossetti che poi rimetto a posto, ché non sono un ereditiera, io, e loro costano troppo, in profumeria,

io, che ricevo messaggi che non mi aspetterei, di amici maschi che mai, mai hanno detto prendiamoci una birra e parliamo un po’, e lo fanno adesso, sconvolti dai cambiamenti, sperando che il nuovo anno inizi un po’ meglio di come è finito questo, ma è la vita, e lecosecambianosignoramia,

io, dicevo, ho grande fiducia in questo nuovo anno, ho voglia di fare ma non troppa, ho un sacco di curiosità in tasca, voglio proprio vedere dove andranno a finire certi pezzi di me (forse lontano, come diceva lei) e li voglio guardare e lasciar fare quel che devono, per curiosità. E d’altro canto, voglio ritrovare altri pezzi, farne un mosaico come con le mattonelle rotte nei mobili fai-da-te, riempire i buchi con lo stucco e appoggiarci sopra una tazza di tè. Che sarà un anno pieno di cose e io ho voglia di sperimentare.

Lo scorso gennaio è cominciato con una certa silenziosa ansia, stridente, per le prove da superare. Quest’anno no (ed è un regalo grande, questo che mi son fatta). Quindi canterò di più (come dice lui), cercherò di lavorare sulla mia paura più grande, amerò tanto, anche superficialmente, e contemporaneamente, leggerò più classici e andrò più spesso al cinema. Stabilirò legami importanti, perché tanti se ne allenteranno, e anche questa sarà una prova. Lavorerò con gioia e viaggerò di più (ci saranno dei vantaggi ad aver scelto questa strada). Sorriderò tanto, anche quando non vorrei. Prenderò il mercurius che è il mio rimedio (come quello di Eugenia nel Karma Pesante), perché è ora di girare questa pagina nebbiosa.

Buon anno.

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The alcoholic

C’è quella canzone del titolo, nell’aria, mentre penso velocemente che mi aspetta probabilmente una delle serate più strane di questo duemilatredici (e considerato ciò che c’era un anno fa, nel mio spazio vitale e in quello emotivo, è difficile da immaginare).

Come dice N., se non mi è venuta la cirrosi epatica lo scorso inverno è dovuto solo alle mie radici venete. E io rido, pensando che ha un po’ ragione, e penso che a furia di cercare col lanternino qualche motivazione sociale e un po’ di gioia, l’ho trovata. Alla faccia di tutti quelli che ‘più lo cerchi meno arriva’, alla faccia della sciatteria, che si parli dell’amore o del mio chiodo del periodo (i sapientemente nominati progetti definitivi).

Ci appollaiamo sui braccioli del divano in cene in cui cucino pizza per un esercito di cervelli in fuga di ritorno per le feste. Progettiamo bagordi a cui parteciperò, come mio solito, a metà, aggrappandomi ai miei paletti indiscussi, mentre tutti i miei amici intorno penseranno come sempre che sia solo questione di tempo, che prima o poi anch’io cederò, ritrovandomi dalla loro parte della barricata (quella dei trentenni, tra le altre cose).

Mentre preparo vestiti per andare a una cena di lavoro (di sabato, sì, che poi tocca far le valigie e partire) penso sia benedetto chi ha inventato il nero, e il rossetto, e gli anfibi che si possono lucidare, che mi trasformeranno in tre secondi dalla fisica principiante che sono nel resto della settimana a colei che è pronta ad andare a ballare in un luogo in cui sicuramente si avvicenderanno diversi uomini passati (con le loro donne) e tutti gli amici di ritorno, di cui sopra, in un travolgimento di gioia di vivere (speriamo) e malinconia (di sicuro) per il tempo che passa, le cose che cambiano, la ricerca sempre attiva di progetti definitivi (di cui sopra, ancora). Così come nel random mode della musica che c’è in atto si susseguono senza batter ciglio Pendulum e Battisti.

Finirà pure, questo cazzo di duemilatredici, si diceva, e mentre questo finalmente diventa vero mi coglie di sorpresa la frenesia di fare tutto l’ultima volta, con il sentore che con l’anno nuovo tante cose cambieranno. Sarà che l’ha detto anche Rob Brezny, che troverò la forza, e so che prima o poi mi dovrà succedere, di sfuggire a una frustrazione che mi logora e mi addolora da molto tempo. E mi fanno anche un po’ paura il formicolio nelle mani e la voglia di tornare a saltellare per strada, con le canzoni sceme nelle orecchie, perché per la prima volta, dopo mesi, penso che potrebbe essere vero.

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