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Out of town.

Ho preso un treno e attraversato due paesi. E’ il mio viaggio di lavoro in solitaria, per esplorare solitudini e soddisfazioni, per progettare piani e insieme giustificarmi, ché mica l’ho cominciato, il PhD, mica è il mio settore, questo, mica ho un grande e cazzuto gruppo alle spalle, io. Ho solo un mentore che mi capisce, e quando gli scrivo ‘non è furbo continuare a mandarmi per conferenze, al ritorno romperò ancora più le scatole‘ risponde ‘io non faccio cose furbe, ma cose giuste’.

Sono in questa città da cui non sapevo cosa aspettarmi e che, forse proprio per l’assenza di aspettative, mi piace.

A osservare luoghi possibili. A capire le chiacchiere (inglesi o tedesche), a conoscere soggetti leggendari, ad approfittare della cena in un posto dove, da sola, non sarei stata mai. Ad elaborare connessioni. A rifarmi con il nuovo entusiasmo delle delusioni della settimana passata. Ad assaggiare nuovi orizzonti.

A., ancora A., si insinua nei pensieri. Lui e il suo regalo per la mia laurea, lui e gli imbarazzi, e le distanze sempre più brevi. Io che dico forse non dovremmo vederci più nell’istante esatto in cui sto pensando che non c’è, nonostante tutto, al mondo, almeno in questo momento, una persona che mi faccia stare così bene. Lui che, finalmente, mi bacia. E mi ripete tutto quello che io, con la solita, pallosissima, lungimiranza, avevo dichiarato mesi fa: noi dobbiamo essere una scelta. E quando gli dico mi manchi dice anche tu, e mi regala in un momento la conferma di non essere impazzita, a passare un’estate a rimuginare su quello che eravamo (stati). E mi racconta che è stato difficile. E io vorrei prenderlo a pugni e invece dico quello che penso, tanto ormai siamo su questa strada, inutile forzarsi a scegliere un’altra direzione. Aspettiamo, ancora, e nel frattempo torniamo a vivere. Questa è la risposta.

E’ iniziata una parte nuova della mia vita. E mi sa che ho trovato lo spirito giusto.
E staserà brinderò, da sola, alla mia impresa.

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Letargìe

Ho solo tanta voglia di dormire.

Ho guadagnato tutto quello che ho ottenuto negli ultimi mesi con le unghie e con i denti.
Non mi è stato regalato nulla, neanche una briciola.

Mi sono laureata, e per disinteresse di chi doveva, derive burocratiche e forse un po’ di stronzaggine, non è andata come volevo io. Sono stata sommersa di complimenti ma non è bastato. Ho fatto un sacco di fatica a festeggiare e sforzarmi di essere contenta anche se ero solo delusa, triste e stanca.

Ora parto per Monaco. Per mettere nuova luce negli occhi e nuova aria nella testa. Per fortuna.

Ho guadagnato tutto io e non dirò grazie a nessuno. E speriamo che con ciò sia finito questo periodo di merda.

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La storia

Strigiamoci la mano, cari colleghi, ché dopo mesi divisi equamente tra l’attendere e l’affrettarsi, una porta si è aperta per noi tutti (e tutte, dovrei dire, ma l’osservazione importante è che le donne sono poche, poche) per il brillante mondo del precariato accademico. Abbiamo vinto, ho vinto il mio metaforico personalissimo pony. E ci sarà da pensare, dopo, adesso mi concedo solo la gioia e la sensazione di aver fatto mia la strada che più desideravo.

Mi resta il rimpianto del mio amico G., che è la brillante e sfortunata vittima designata della spartizione della torta, per quest’anno. Ci sarebbe stata in ogni caso, la vittima, e io riformisticamente speravo solo che non fosse lui. Sono arrabbiata e triste per questo, e spero tanto che il mio Babbo Natale personale possa tirare fuori dal cilindro una soluzione, ma non lo so, se c’è, e anche questo è diventare grandi (e fa un po’ schifo, a dire il vero).

Mi resta la perplessità di cominciare a tornare alla vita vera e trovarmi aliena in mezzo ad amici e persone di prima, con i miei capisaldi trasferiti (definitivamente, o no, ma comunque per troppo tempo) a migliaia di chilometri da qui.

Mercoledì mi laureo, e poi sarà ufficialmente l’inizio di una nuova fase.
E c’è da dirlo, sono stata proprio brava.

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Il bello dietro l’angolo [bis]

…prevedo che nelle prossime settimane inventerai qualcosa di bello quasi come le rose. 

Questo l’ha detto R.B. e io non volevo scrivere prima di essere sicura, al cento per cento, di quello che scrivevo. Per scaramanzia. Ma si dà il caso che queste pagine siano il monitoraggio delle mie sensazioni, il diario, la storia, per i tempi futuri. Quindi, ecco qua.

Oggi ho saputo che con buone, davvero buone probabilità, mi si aprirà davanti la strada che desideravo di più. La prima, la migliore. E ho fatto tutto da sola, e mi sono snaturata, stancata, innervosita terribilmente, drogata di serie tv discutibili per arginare l’ansia, ma sono lì. Il bello è a un passo. E io sono felice.

E posso dirlo?
Era ora.

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Idilli

Decidere la vita in tre settimane, alla mercé di chi ti giudica, fa schifo.

Fare esami farlocchi, per cui non hai speranza e la commissione, per giunta, ti è avversa, fa schifo.

Accorgersi ad un tratto che il tuo sex appeal ha smesso di marciare al tuo fianco (verso grandi traguardi…?) ma ad un certo punto, semplicemente, si è voltato se se n’è andato per i fatti suoi, fa quasi altrettanto schifo.

Quindi non me ne voglia il karma se oggi ho comprato un amaro per una cena tra amichetti, e quando il farmacista che mi ha venduto il collirio (ho anche l’orzaiolo, n.d.r., perché il mio corpo sta per dire basta allo stress) ha sbagliato con il resto, regalandomi dieci euro e, metaforicamente, l’amaro suddetto, non ho protestato.

Passerà.

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Di porte e portoni [e una finestra, magari, piena di sole]

Per dovere di cronaca,

navigo in un mare inquinato di ingiustizia, raccomandazioni, scarso interesse, protezionismo e, qua e là, qualche sprazzo di oggettività (scientifica).

In questi mesi ho costruito una sicurezza che non avevo mai sperimentato, prima.

E’ mia, e mi sta impedendo di andare fuori di testa di fronte ad ingiustizie palesi e sfortuna. Perché tutti mi hanno detto a questi concorsi non potrai evitare il fattore C ma finora di fortuna, da queste parti, non se n’è vista neanche un po’. So che sono brava, però, che sto resistendo perché questo è il lavoro che voglio (lo sarà, credo, per i prossimi anni almeno). E resistere paga, pare. Anche se c’è ancora molto in sospeso (molti giorni fino al 15), resistere paga. Perché nonostante quella lista non fosse la mia prima scelta, ora c’è scritto il mio nome sopra, e mi sono assicurata uno stipendio per i prossimi tre anni. E quindi respiro, almeno un po’.

Ma avere una scelta di serie B è davvero meglio di non averla affatto?

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Born to be blue

When I met you
the world was bright and sunny
when you left the courtain fell
I’d like to laugh
but nothing strikes me funny
now my world’s a faded pastel

I guess I’m luckier than some folks
I’ve known the thrill of loving you
and that alone is more
than I was created for
‘cause I was born to be blue

E’ solo che sono stanca, e affaticata, e mi sembra di non poter sperare più. E mi sembra che non ci sia una fine (anche se i traguardi, quelli belli e quelli attesi, sono vicini). E mi sembra di vedere solo porte chiudersi, anche se so che a parlar così è la stanchezza, non io. Non succede niente di male. E domani andrò a strappare una strada aperta. Perché io lo so, che me la merito.

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