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Last time I felt this way

Calpestare ricercare
Arrabbiare increspare
Ridere desiderare
Abbracciare spaventare

Felpa piumone
Lacci sapone
Caffè sigarette
Iphone cocacola

Stranezza
Curiosità
Sicurezza
Tenerezza
Nostalgia

E finestre aperte
E porte, e portoni

A un passo dal possibile
A un passo da te

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Altrove e nuovamente

E continuare
Per questi pochi chilometri
Sempre pieni di ostacoli e baratri
Da oltrepassare
Sapendo già che tra un attimo
Ci dovremo di nuovo fermare

Life is sweet

Ho le scarpe chiuse e uno zaino pesantissimo.
E questa è un po’ una metafora di vita e un po’ una verità scomoda.

Cammino, attraverso l’estate romana che è deserta sempre meno vero (1,7 milioni nella capitale per ferragosto, diceva la radio), barcollo e compro una bottiglia d’acqua grande, per il treno che mi aspetta. L’intimità forzata dei viaggi in notturna mi investe. Ma sarà solo poco sonno frammentato prima di giungere alla mia destinazione.

Ho giorni francesi di contrasti e nostalgie, di pane e formaggio e poco mare e città diverse, tanto da sembrare uno di quei viaggi fatti durante l’adolescenza. Ho giorni francesi di tentativi linguistici e sguardi languidi, di papà giovanissimi e bambini color cioccolato, di tanta Africa e barche e visioni inattese, di amicizie che vacillano senza scoppiare, di vecchie brillanti e sole e delle loro piscine.

Non mi interrogo nemmeno troppo, fiera di questa sospensione che mi ha distolto e distratto.

Ma penso, nei miei cento minuti romani. È bello avere un posto così bello per tornare. Serve una casa in cui tornare per viaggiare, dice M., che forse era Jovanotti ma resta vero, almeno per me.

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Luce


It was my greatest thrill
But we just stood still
You let me hold your hand ‘til I had my fill

Even countin’ sheep
Don’t help me sleep
I just toss and turn right there beside you

So if someone could help me now, they’d help you too.

They’d help you to
See you through
All the hard things we’ve all gotta do
‘Cause this life is long
And so you wouldn’t be wrong

Bein’ free, leavin’ me on my own

And I held my own
Still I rattled your bones
I said some awful things and I take them back

If we would try again
Just remember when
Before we were lovers, I swear we were friends

So if someone could see me now let them see you

Let them see you
See you through
All the hard things we’ve all gotta do
‘Cause this life is long
So you wouldn’t be wrong

Bein’ free here with me on my own

Esterno, pianura.
Con quella luce piatta, lieve.
La mia pianura.
Che sempre (de)scrivo. Che sempre osservo appassionatamente.
E sempre mi chiedo quanto lontano riuscirò ad andare, da qui.

Le mie lacrime di affermazione.
L’attesa di qualcosa di buono, finalmente, dopo mesi di paura agghiacciante, dopo mesi freddi, freddi dentro, faticosi. La voglia di lasciarsi guardare dentro.

[ L’attesa delle cose belle è più bella delle cose belle, poi.
Non ricordate quanto erano buoni quei cioccolatini dell’avvento? ]

Riconoscersi nella propria strada, dopo tanto tempo. Dopo quello che sembra tantissimo, tempo.

Lost in the light.

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Tutti vicino

È di ieri sera, in un alberghetto improvvisato tra le case basse della Bolognina, la sensazione che basti davvero poco per sentirsi a casa.

Per esempio, dopo ore ed ore ad inseguire treni in giro per l’Italia, dopo trecentocinquanta chilometri in macchina, dopo il funerale di una persona buffa che mi chiamava Mitraglietta, ed era anche il papà del mio amico M., fratello dell’anima, dopo la solidarietà di sconosciuti in una stazione del centro Italia, e la clemenza dei controllori di fronte ai miei accessi di tosse cavernosa, sentirsi a casa è una tazza di camomilla zuccherata, bevuta guardando Fabrizio Gifuni in uno sceneggiato improbabile, alla tivù, col volume basso come solo negli alberghi.

Sentirsi a casa è tre ore passate forzatamente a fianco di un’amica con cui fratture e incomprensioni hanno impedito i contatti in questi mesi, in una straordinaria catarsi dalla (squilibrata) dipendenza reciproca. E scoprire che le vite sono distanti ma in generale somigliano ancora molto a sé stesse. E che se si vuole, i fili sono ancora lì, pronti per essere ripresi. Se si vuole.

Sentirsi a casa è il labirinto di telefonate e contatti rispolverati al bisogno che fa tanto rete e fa tanto Italia (e soprattutto, tanto Sud, nella sua accezione più meravigliosamente positiva, che non cessa mai di stupirmi). Che mi porta a sentire una voce strascicata dire “aspetto la tua chiamata in ogni caso”. E che è una cosa che fa sentire meno soli al mondo.

Sentirsi a casa è M. che ti guarda con quegli occhi da bambino, e tu pensi che l’emancipazione passa per vie particolari, e speriamo bene per la nostra vita davanti.

Sentirsi a casa è un treno regionale nella mia pianura, come quelli che prendevo da ragazzina macinando i chilometri per andare ai concerti, nella nebbia del primo mattino.

Sentirsi a casa è sentire che se servirà ci saremo, nelle nostre vite. Tutti, vicino.

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Convalescenza

Il mio treno sta attraversando Bologna, con questa luce d’autunno che fa sembrare ogni posto più vivibile, più familiare, più casa (soprattutto la mia pianura).
Dal finestrino guardo le case ordinate, le auto parcheggiate intervallate da alberi alti tutti uguali, albero, macchina, albero, macchina, come in una cornicetta, di quelle da bambini.
Il colle sul fondo è essenziale a definire il paesaggio, ne dà la dimensione limitata, la finitezza. Anche la mia città d’origine ha un colle così, e sopra c’è una casa da Cenerentola vicina ad un santuario centrosimmetrico. Se ricordo bene, la pianta è a croce greca, con le facciate uguali. Ma forse mi confondo, non ci vado da anni, in quel santuario della Madonna, anche se accendere un cero, visto come sono andati gli ultimi tempi, potrebbe non essere una brutta idea.

Mentre guardo passare Bologna, il mio mito di ragazzina, dove sognavo di diventar grande e teatro di tante canzoni, e libri, e qualche film, penso al luogo che ho scelto e che amo ma che, in questo periodo, mi schiaccia. Possono le scenografie della nostra vita pretendere troppo da noi, o succede con i luoghi, per chi ci dà importanza, quello che succede con gli amici, che a volte ci sembrano non capire o esagerare con le aspettative, mentre servono da nostra proiezione? Il bisogno di fuga mi definisce, ma non voglio cedere. Anche se forse questa fermezza nasconde la paura lancinante di qualcosa d’altro, di sentirlo più vicino, più leggero, più facile.

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Amica, non t’impressionare

…a ritrovarti sveglia alle 5.30 per saltare sul primo treno per il nord.
È la paura degli incubi che puntualmente predicono gli eventi, per fortuna in modi molto più cruenti e impressionanti e negativi della realtà.
Col mio destino di piccola Cassandra già tentavo di farci i conti un numero a due cifre di anni fa. Affermare le cose ad alta voce a quanto pare non aiuta ad esorcizzare. Anzi.

Ma è andato tutto bene, anche se questa nuova, violenta, scossa di assestamento ci ricorda quanto siamo fragili nella nostra meccanica perfezione, e legati ad un filo sottile che, per ragioni di sopravvivenza, ci fa dimenticare i rischi e pianificare la vita come se fossimo pronti a restare dove siamo, immortali.

Ci sono le reti sociali e sappiamo che non basterebbero, ma già sarebbero qualcosa, ma per fortuna non son servite.
Per fortuna ci si riprende, “che culo”.

La tentazione di osannare gli dei cardiochirurghi e, ancora una volta in pochi mesi, gli ospedali del nordest, è forte. E non so se vi resisterò, stavolta.

Era pure un bell’uomo, il dio cardiochirurgo. Alto.
(‘non è che l’altezza sia un parametro essenziale, poi. Basta che abbia un bel cognome’)

Presagire le cose fa schifo.

E al prossimo che mi fa l’elenco delle mie mancanze, approfittando della mia gentilezza e scarsa attitudine caustica, do un pugno sul naso.

La gente beve spritz alle quattro del pomeriggio, nella stazione di Padova. Ci sono quelli che ordinano lo spritz con l’aperol e sgranocchiano patatine che stanno in piedi accanto all’urgenza di chi prende un cappuccino, e all’attesa di chi prende un tè caldo, scelga pure la bustina, per il tè. Forse è che si sentono che, distanti, nessuno sarà capace di farlo bene, lo spritz con l’aperol, e vogliono approfittare dell’ultimo baluardo di venetitudine.
Un po’ li capisco.
Ti trovi a casa nelle cose più strane, certe volte.

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Carpe diem

Non accade solo nei telefilm che le feste di anniversario si interrompano a causa di un aneurisma di una tra i presenti. Arrossisci, impallidisci, è un attimo ed è silenzio, attesa e un bel po’ di paura. E amici medici da benedire. Si dice, è una lezione per tutti, carpe diem.

Si piange qualche lacrima amara delle ricorrenze e della vita che scorre, scappa via, non lascia (mai, mai abbastanza) tempo.

Pare che gli ospedali siano d’oro, nelle terre del nordest. Pare che sia stata una fortuna. Pare che sia andata nel migliore dei modi.

Pare.
Però.

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