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Via dei Matti, numero zero.

C’era una casa molto carina
Senza soffitto, senza cucina,
Non si poteva entrarci dentro
Perché non c’era il pavimento
Non si poteva andare a letto
In quella casa non c’era il tetto
Non si poteva fare pipì
Perché non c’era il vasino lì
Ma era bella bella davvero
In Via dei Matti numero zero.

Cibo vacanze e riposo.
E rovistare tra le tazzine e i bicchierini da liquore bordati d’oro, rendersi conto di aver tra le mani oggetti che hanno tre volte la mia età, assaporare con l’animo del “lo sapevo, io”, finalmente, i benefici della vena da accumulatore seriale ereditata senza scampo dalla parte materna dell’albero genealogico.
Combattere il sentirsi privilegiata e anche vagamente fuoriluogo, come non fosse vero, come non fossi adatta, davanti a preventivi per una cucina low-profile, a progettare l’arredamento di una casa mia.

I dubbi mi assalgono e si traducono in mal di stomaco e senso di straniamento, come se pochi giorni in famiglia avessero passato una patina nebbiosa sulla mia vita vera. Nebbia leggera, alimentata rifiutando telefonate amiche e procedendo col solito, primaverile, check-up medico. Patina squarciata di vero dalle telefonate del mio capo.

Il lato B della vita è bello e strano insieme, da qui. Ci sono progetti a lungo termine che cozzano con la precarietà della mia vita reale, ci sono amori leggeri, però presenti e solidali. Ci sono aperitivi sotto la Basilica meravigliandosi del caso, che ti fa ri-incontrare bei compagni di qualche giorno, qualche notte o qualche anno. Ci sono immaginari spostati, c’è camminare per strade che sono state mie per vent’anni e non riconoscere più i negozi, le facce, le parole.

Ci sono anche gli interrogativi sul dopo.
E le convinzioni che miracolosamente sembrano più forti, altrove.

Ci sono i treni e i computer, e le liste di cose che compulsivamente compilo, sperando che gli imprevisti se ne stiano silenti per un po’.

C’è anche tanta luce.

 

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Gli anni dispari e altre occasioni

Hai visto che perle rivela inaspettatamente questa città?
Ma non sono qui!
Sì, però sono
di qui.

Pensi che ci torneresti, qui?
Non so, no comment, certo bisognerebbe ricominciare da zero. 

Con un bicchiere di vino bianco ho cancellato, come ogni Natale, un po’ delle distanze fisiche che mi separano dalle mie amiche di antica data, quelle del liceo, quelle a cui vorrei mostrare ogni ragazzo nuovo per sentire la loro opinione, quelle che mi fanno pensare, ogni volta che le incontro, al perché non ci vediamo di più, perché non le vado mai a trovare, io, che ho la sedentarietà nel sangue mio malgrado, e all’inizio di ogni anno faccio propositi viaggianti che poi non mantengo (quasi) mai.

Sedute ad un tavolo con gli scomparti e gli oggetti, sotto il vetro, facevamo i discorsi da upgrade, come dice Ang, parlavamo di progetti, convivenze, prospettive future. La vita vera sta cominciando, e noi continuiamo a non crederci troppo ma a crogiolarci in questo limbo di prospettive possibili e interrogativi grandi, giganti, all’ombra dei quali pare non vedersi per niente, la luce del luminoso futuro che ci avevano prospettato, un (bel) po’ di anni fa.

Ma niente tristezza, la mia amica L. dell’interrail che ha avuto un anno difficile, ed è più bella che mai, mi dice avevo quasi perso le speranze e sorride, un po’ mesta, un po’ sarà la pillola, il vuoto di cose, un po’ non si sa. Io che provo a comprar casa e cambiare residenza, e ho più paura del medico di base che del mutuo, io, quando lo dico la gente fa gli occhi a palla e mi fissa, e a me non par vero, non ancora, tocchiamo ferro.

Io, che mando messaggi che non dovrei, suggerisco, compro giubbotti in ecopelle e provo mille rossetti che poi rimetto a posto, ché non sono un ereditiera, io, e loro costano troppo, in profumeria,

io, che ricevo messaggi che non mi aspetterei, di amici maschi che mai, mai hanno detto prendiamoci una birra e parliamo un po’, e lo fanno adesso, sconvolti dai cambiamenti, sperando che il nuovo anno inizi un po’ meglio di come è finito questo, ma è la vita, e lecosecambianosignoramia,

io, dicevo, ho grande fiducia in questo nuovo anno, ho voglia di fare ma non troppa, ho un sacco di curiosità in tasca, voglio proprio vedere dove andranno a finire certi pezzi di me (forse lontano, come diceva lei) e li voglio guardare e lasciar fare quel che devono, per curiosità. E d’altro canto, voglio ritrovare altri pezzi, farne un mosaico come con le mattonelle rotte nei mobili fai-da-te, riempire i buchi con lo stucco e appoggiarci sopra una tazza di tè. Che sarà un anno pieno di cose e io ho voglia di sperimentare.

Lo scorso gennaio è cominciato con una certa silenziosa ansia, stridente, per le prove da superare. Quest’anno no (ed è un regalo grande, questo che mi son fatta). Quindi canterò di più (come dice lui), cercherò di lavorare sulla mia paura più grande, amerò tanto, anche superficialmente, e contemporaneamente, leggerò più classici e andrò più spesso al cinema. Stabilirò legami importanti, perché tanti se ne allenteranno, e anche questa sarà una prova. Lavorerò con gioia e viaggerò di più (ci saranno dei vantaggi ad aver scelto questa strada). Sorriderò tanto, anche quando non vorrei. Prenderò il mercurius che è il mio rimedio (come quello di Eugenia nel Karma Pesante), perché è ora di girare questa pagina nebbiosa.

Buon anno.

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Idilli

Decidere la vita in tre settimane, alla mercé di chi ti giudica, fa schifo.

Fare esami farlocchi, per cui non hai speranza e la commissione, per giunta, ti è avversa, fa schifo.

Accorgersi ad un tratto che il tuo sex appeal ha smesso di marciare al tuo fianco (verso grandi traguardi…?) ma ad un certo punto, semplicemente, si è voltato se se n’è andato per i fatti suoi, fa quasi altrettanto schifo.

Quindi non me ne voglia il karma se oggi ho comprato un amaro per una cena tra amichetti, e quando il farmacista che mi ha venduto il collirio (ho anche l’orzaiolo, n.d.r., perché il mio corpo sta per dire basta allo stress) ha sbagliato con il resto, regalandomi dieci euro e, metaforicamente, l’amaro suddetto, non ho protestato.

Passerà.

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Di porte e portoni [e una finestra, magari, piena di sole]

Per dovere di cronaca,

navigo in un mare inquinato di ingiustizia, raccomandazioni, scarso interesse, protezionismo e, qua e là, qualche sprazzo di oggettività (scientifica).

In questi mesi ho costruito una sicurezza che non avevo mai sperimentato, prima.

E’ mia, e mi sta impedendo di andare fuori di testa di fronte ad ingiustizie palesi e sfortuna. Perché tutti mi hanno detto a questi concorsi non potrai evitare il fattore C ma finora di fortuna, da queste parti, non se n’è vista neanche un po’. So che sono brava, però, che sto resistendo perché questo è il lavoro che voglio (lo sarà, credo, per i prossimi anni almeno). E resistere paga, pare. Anche se c’è ancora molto in sospeso (molti giorni fino al 15), resistere paga. Perché nonostante quella lista non fosse la mia prima scelta, ora c’è scritto il mio nome sopra, e mi sono assicurata uno stipendio per i prossimi tre anni. E quindi respiro, almeno un po’.

Ma avere una scelta di serie B è davvero meglio di non averla affatto?

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La prima volta

Il primo concorso della vita (suppongo) è qualcosa che si ricorda, negli anni.

C’erano i compiti troppo, troppo facili, cosicché se per disattenzione o qualche altro motivo hai una defaillance rischi di giocarti la chance più importante. C’ero io con la valeriana e l’acqua Ferrarelle che, a 2 ore e 45 dall’inizio, ho pensato ‘non mi sono impanicata di brutto, ancora, poteva andare peggio’ (è successo un’ora dopo, ndr). C’erano le polemiche che quelli delle ultime file avessero lo smartcoso con internet e potessero copiare, e la commissione che fa? Dorme, che devono esser buoni. Dorme, che vuoi che faccia?

Insomma non sono soddisfatta, ma neanche tremendamente delusa, e per gli esiti di questa prima prova si deve aspettare dieci giorni e, a giudicare dalla nottata, mi aspettano notti a svegliarmi all’improvviso accorgendomi di errori fatti nel compito, nel bel mezzo di sogni (quasi) rassicuranti popolati di un universo di colleghi, tra i quali il più carino mi trascina in una camera e fa l’amore con me. E il più carino di loro, comunque, a me non piace. E’ che l’universo limitato produce distorsioni.

Domani ci si riprova, altro giro, altra corsa.

L’idea che ottobre debba continuare così, fino alla fine, mi destabilizza assai. Ma almeno è arrivato. E per la centesima volta posso dire, speriamo passi presto.

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And I miss you, like you were mine.

Tento di mantenere il controllo.

Di farci stare tutto, di riempire i buchi in quella che era la mia casa, con il coinquilino del cuore che se ne va e V. che mi fa arrabbiare a distanza ma immagino mi mancherà, quando questi fantomatici altri lidi se la porteranno via.

Così, elenchiamo colloqui e mezzore nella speranza di cogliere l’essenza di persone con cui condividere la vita per l’anno che viene. Cerchiamo di capire dai gesti, offriamo caffè a improbabili tizi fingendoci neutre, quasi interessate agli obbiettivi della vita di chi abbiamo davanti (per venti minuti o per i prossimi dodici mesi?). E’ il gioco delle parti di questa generazione precaria, con una condivisione forzata la cui comprensione, più di tutto, segna il gap generazionale tra noi e i nostri genitori (o mentori, come nel mio caso), usciti dal nido familiare d’origine solo per mettersi un tetto sopra la testa e progettare, casa lavoro famiglia.

Io tento di controllare tutto.

E, ironia della sorte, più tento di prevedere, organizzare, programmare, più si avvicinano eventi, prove e scelte da compiere il cui esito è quantomai incerto, casuale, forse guidato da un’immaginaria calamita verso ciò a cui siamo destinati, o forse solo cruciale per scegliere il nostro percorso nella storia a bivi che racconta tutte le nostre vite possibili.

A momenti credo che ci sarà un compimento per tutto ciò che deve essere. E sono fiduciosa perché penso che, anche se non c’è un filo rosso a legare (proprio tutti) gli eventi, mi muovo secondo le mie passioni, e se mi guardo indietro e mi domando cosa cambierei, delle scelte importanti compiute finora, sulla punta della lingua ho la risposta, niente. Magari cambierà, questa sensazione, ma è bello che adesso sia così.

Vorrei controllare tutto, quindi non sopporto le cose incompiute. Ho bisogno di trovare i significati e la morale della storia, come nelle favole da bambina. Guardo A. attraverso il vetro del mio pub preferito. Lo vedo bellissimo anche con quell’aria che ha, di uno che si sente sempre un po’ fuori posto. E penso, ti pare che ho perso la testa per lui. Quando ripeto i miei interrogativi a B. lei dice solo sì, ha senso. E io, mentre guida come una pazza sotto la pioggia, capisco che mi mancherà più del previsto, durante il suo inverno parigino.

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I was here

…e oltre a riconoscermi in tutte le canzoni, ma proprio tutte, esplorare i silenzi del dipartimento alle 14 di un sabato di agosto, farmi fare regali costosi da persone che ci sono, davvero, non riesco a capire bene come mi sento. Sento ancora una malinconia e un senso di mancanza, come se mi avessero strappato un po’ delle viscere e se le fossero portati via. Magari al mare, in vacanza, magari a Milano, a ricucire gli strappi con mie omonime lontane, più vecchie, più importanti (forse solo per abitudine, ma una volta che una decisione è presa, conta davvero la ragione per cui l’hai presa?).

Sto in piedi però, e mi godo la mia città, in questo agosto che regala belle immagini, i caffè ombrosi, la pizza con i fichi, gli amici che sono sempre lì ma per costringerli a prendersi cura di te li devi prendere a male parole. Però sono sempre lì davvero, e hanno il loro personale modo di essere presenti, e attenti. E non dovrebbe stupirmi, visto quanto siamo diversi, tutti.

Come sempre mi succede nei momenti di tensione e di isolamento, l’universo (o il mio cervello) mi fa notare con estrema chiarezza quali sono gli orizzonti che restano da risolvere. I miei buchi neri li ho sempre distinti molto meglio delle cose di cui andare fiera, sono fatta così.

Sto in piedi però. Lavoro da pazzi, e veder crescere il mio bagaglio di esperienza e idee, piano piano, mi dà una soddisfazione sperimentata poche volte, prima.

E poi io ci cammino bene, da sola. E’ troppo alto il prezzo da pagare per forzare connessioni che non sono destinate ad essere.

Credo troppo nella libertà, la mia e quella degli altri, e nell’essere fedeli a sé stessi, prima di tutto. E sono orgogliosa di me, per questo.

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