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New year.

C’è quella scena finale di Harry ti presento Sally, quella in cui lui corre e corre e corre e arriva alla festa dove lei, capelli cotonati (che solo Meg ci poteva stare bene lo stesso, con quei capelli lì) e sorriso triste balla con un tizio a caso, e lui la trova e dibattono sulla canzone e poi lui le dice quella cosa del resto della tua vita con qualcuno.

Ecco quella scena l’ho molto pensata in queste passate settantadue ore, che come mi hanno detto di recente questo lessico che usi te nessuna persona normale lo usa, il verbo amare lo coniugano solo nei film. Che poi i film anglosassoni mica si espongono così tanto, love è diverso da amare, diceva la mia prof del liceo, o almeno può esserlo.

E così stai sempre ad esternare, e io mi difendo, e argomento che chiamar le cose con il loro nome sarà cosa da bambini che mi ha fatto faticare nell’adolescenza emarginata, ma son sopravvissuta pure senza fumarmi le canne nei circoli in cui tutti lo facevano, figurati se ci rinuncio ora. E quindi capitolano e dicono no io una come te l’ho conosciuta tempo fa, era strana, ci stavo insieme. E io rido un po’.

Decido per onorare l’anno pari di non frenare gli slanci anche se non son sicura, ché chi non ha mai avuto dubbi non ha mai fatto nulla (forse), ché volevo dire meno parolacce, meno “comunque” e fare l’amore di più. E poi, abbiamo chiuso porte vecchie e logore e tristi anche se bellissime. Ed è il momento di aprire le finestre.

E quindi anche se non me lo immagino, io, il resto della vita, ho raccolto tutte le carezze non date, i baci nell’aria, il desiderio a segni alterni, ho messo in discussione l’interpretazione di gesti sbagliati e pianti incomprensibili del giorno dopo. Ho trovato il coraggio di cancellare molte cornici e molti recinti e anche un po’ di paura. Era pure capodanno. Ed è stato bellissimo.

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Reload

Le sue mani, credevo non le avrei ritrovate mai.

Le dita affusolate, le lentiggini leggere, la pelle un poco ruvida, non troppo, di rotelle di obiettivi (dimenticati, poi) e di brugole e scale, quando serve.
Il suo tocco credevo non l’avrei ritrovato, una carezza e l’istinto nei movimenti, come se fosse una storia d’amore di una vita, il palmo della tua mano, la mia schiena, le tue dita, le mie labbra.

Ho una foto delle tue mani, c’è disegnata sopra una città, e il senso di quello che ci legava è un po’ anche lì, su quella foto stropicciata e sulle tue parole dietro, scritte con un pennarello blu.

Le sue mani, credevo non le avrei ritrovate mai.

Ma nessuno è insostituibile davvero, e i tratti indispensabili che disegnamo per cogliere gli altri e ciò che rappresentano, per noi, somigliano ai tratti di altri incontri, altri momenti. Trascuriamo l’essenziale, non sappiamo qual è, l’essenziale. E ci somigliamo tutti.

Così in un luglio di tre anni dopo, ho ritrovato le sue mani, un abbraccio con i confini più vicini, ma più vero, e ho constatato che è così, nessuno è indispensabile, tutti ci somigliamo. E mi sono sentita leggerissima.

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La via più breve

Per andare dal punto A al punto B a volte sarebbe comoda una retta, una poco-curva, una geodetica se serve (che concetto prodigioso, poi).

E io invece sto imparando che i veri percorsi sono tortuosi, mischiati, nebbiosi, e certe volte prevedono che siano voltate le spalle alla destinazione d’arrivo. Necessariamente. Poi, i tornanti.

Avverto che all’improvviso l’aria è cambiata, sarà che qualcuno si è portato via il caldo intollerabile di luglio, e si può dormire in luoghi che non ti appartengono, e si può svegliarsi presto e intontiti, e fare amicizia coi vicini di tavolo al bar, facendo colazione, e stare, attraversare, non chiedere, non ridere, godere del momento, e basta.

Ho nuove persone che brillano di una vicinanza inusuale e bella, ho vecchi pezzi di cuore e braccia e anima che mi girano intorno e progettano partenze, ho casa e la città che è più vera che mai.

Ho una pelle nuova sgusciata dalla mia scorza protettiva, un nuovo senso del tempo e delle attese, la prospettiva dei saggi, ma solo un po’. E l’impazienza dei bambini. Sarà che ho un nuovo apparecchio ai denti.

(Amore mio, è arrivata l’estate)

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Lontano

Andare,
procedere.

Un corridoio con l’aria condizionata a contenere le nostre nostalgie,
un sole che scalda l’aria calda, in una spirale pericolosa e inevitabile.

Aiuti e gentilezze che travolgono ciò che mi aspetto, ciò che mi manca, ciò che non si può immaginare. Un caffè. Siediti qua che lì c’è il sole.

Tanta luce, e voglia di staccare la spina, e limiti e risposte binarie.

Cancellare vecchi copioni, ritrovarli nei file trash della propria (inconscia) penna USB. Prendere tram e attraversare la città, facendo foto alle pagine dei libri e all’aria. Ché Roma è così, fai una foto ed è subito Sorrentino. E trovarsi di fronte espressioni familiari, che vengono da un altro tempo, che però, per un secondo, sembra ieri.

E io ho questi modi multiformi di lasciare che le persone mi prendano il cuore, queste vicinanze che non so raccontare, questi amici profondissimi, questo orizzonte un po’ storto a cui non so immaginare di rinunciare. Ci sono loro e ci sono io, in questa estate asimmetrica, e bagno i piedi in un canaletto ghiacciato in questa Roma da Sorrentino, e mi sento lontanissima. Che è una cosa anche bella, poi.

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…e folle volere, e voglia di andare

Quando dimentichi un pezzo di te, quando non ricordi di somiglianze che ti coinvolgevano, quando trascuri immagini che ti sembravano di specchio,

ecco in quei momenti,

è sempre strano risentire quel profumo, toccare un’altra volta quel vestito, ascoltare di nuovo una canzone che era una narrazione, per te, sentirla passare così per caso, nell’altra stanza.

E le mie nostalgie e i miei sogni di gloria, e i miei colori e le mie nuvole, così sono di nuovo tutti in fila.

Sono passati cinque anni e ho voglia di crescere,

e parliamo di periferie e di progetti con un senso nuovo, una prospettiva diversa. Saranno i trenta che arrivano?

E le scelte hanno un sapore diverso,

ed è tutto più ponderato e sembra quasi più coerente, più profondo.

Sì, sono contenta di diventare grande.
Ma mi somiglio ed è bello accorgersi anche di questo.

Saremo felici, quando saremo.
Ma intanto, un po’, lo siamo anche adesso.

…quel giorno speciale
Daniela velluto di cuore e di mani
finiti gli esami fu preda del luglio
e quando in settembre partimmo da Roma
col sole e la luna per noi
sognavi di avere quel sorriso in tasca
che ho visto su vele in burrasca
il folle volere voglia di andare
sconfigger la noia col dare
che fare o non fare

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Luce


It was my greatest thrill
But we just stood still
You let me hold your hand ‘til I had my fill

Even countin’ sheep
Don’t help me sleep
I just toss and turn right there beside you

So if someone could help me now, they’d help you too.

They’d help you to
See you through
All the hard things we’ve all gotta do
‘Cause this life is long
And so you wouldn’t be wrong

Bein’ free, leavin’ me on my own

And I held my own
Still I rattled your bones
I said some awful things and I take them back

If we would try again
Just remember when
Before we were lovers, I swear we were friends

So if someone could see me now let them see you

Let them see you
See you through
All the hard things we’ve all gotta do
‘Cause this life is long
So you wouldn’t be wrong

Bein’ free here with me on my own

Esterno, pianura.
Con quella luce piatta, lieve.
La mia pianura.
Che sempre (de)scrivo. Che sempre osservo appassionatamente.
E sempre mi chiedo quanto lontano riuscirò ad andare, da qui.

Le mie lacrime di affermazione.
L’attesa di qualcosa di buono, finalmente, dopo mesi di paura agghiacciante, dopo mesi freddi, freddi dentro, faticosi. La voglia di lasciarsi guardare dentro.

[ L’attesa delle cose belle è più bella delle cose belle, poi.
Non ricordate quanto erano buoni quei cioccolatini dell’avvento? ]

Riconoscersi nella propria strada, dopo tanto tempo. Dopo quello che sembra tantissimo, tempo.

Lost in the light.

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Risacca

Me ne sto,
diceva qualcuno anni fa, per indicare quella condizione in cui ci si siede e si aspetta, ci si rifiuta di prendere l’iniziativa, si accentua dialetticamente la propria attitudine solitaria, non misantropa ma, sicuramente, poco portata a muovere verso gli altri.

Me ne sto, e sorrido dal mio angoletto di sabati sera a casa, vino rosso e buona cucina, riflessioni e aspirazioni ipoteticamente universali. Senza passare ai fatti.

Cerco di disintossicarmi dalla sbornia di adrenalina che, in un modo o nell’altro, ha popolato i miei ultimi diciotto mesi. Cerco di non intristirmi con l’autunno che arriva e di non farmi trascinare via con la lista di cose da fare che compilo la mattina, sulla scrivania. Scrivo un post-it mentale che mi ricordi che non bisogna sempre piacere a tutti. Che poi se ci penso, trascurando la mia natura fortemente drammatica ed autoanalitica, ho fatto tantissime cose, negli ultimi diciotto mesi. Non ci si può aspettare una vita di così grandi rivoluzioni al ritmo di tre mesi (o forse sì, ma si dovrebbe morire a 27, come dice Coez).

Me ne sto, cerco di godermi le cose belle e di immaginare la vita che verrà, come facevo a quindici anni, quando doveva ancora venire davvero, la vita.

Adesso c’è, la vita intorno, e nella risacca di questo autunno posso guardarmi intorno e collezionare eventi e piccole pillole di gioia, di quella costruita, di quella che non mi sento privilegiata a provare perché me la merito. Anche se, pensandoci, ogni gioia è un privilegio.

E tra le gioie, giorni di sole, facce incuriosite e barchette a pois.

“Mi piace vedere gente felice”.
Ecco.

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