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Lost in the weekend

Andiamo a vivere su Marte
Oppure a Rimini sul mare

Ma non ci sono le terrazze sui tetti
Non ci sono le facce attese che compaiono sopra ad una camicia blu petrolio, e i sorrisi e i buffetti a cui potresti rinunciare
Le letture di tarocchi dicono le cose sbagliate che però forse son giuste, ci guardiamo al di sopra delle figurine e cerchiamo di sdrammatizzare, e riconosciamo la Malvasia nei bianchi sfusi, sorrisi, sorrisi.

E finisce che siam sempre lì, ti lascio tutto per il mio quadrante di Roma
Anche se senza la macchina sembra più grande di un quarto di mondo

Dormo sonni profondi e inspiegabilmente indisturbati, biscotti a colazione, ci vediamo la prossima volta. Forse.

Quanta poesia ci può essere nel portarti a casa sulla canna della bici e respirarti tra i capelli, fosse solo quello, basterebbe.

E assorbo tutto, io.
Wer bin ich?
Assorbo le sensazioni le considerazioni le canzoni
Le proiezioni di quel che penso pensino gli altri

Nelle strade ascolterò la gente
Con i suoi pensieri in fila
Nelle metropolitane nei finesettimana
C’è chi ha voglia di ballare

Ci siamo noi che andiamo a cena con la metro
Che non ci somigliamo ma ci occupiamo un pezzo di cuore

E sono travolta da quanto i miei baricentri siano altrove rispetto a dove avrei pensato

E ce l’ho, quello che voglio
Almeno un po’.

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Brighter than the sun [decalogo di sopravvivenza per storie più o meno finite]

1) Mai fare nomi propri in pubblico. Ancora meno, nomi e cognomi assieme.
2) Le cose non sono mai, mai andate esattamente come ricordi tu.
3) Piacere ad amici, colleghi e conoscenti è strategico prima, utile durante. Completamente privo di importanza, poi.
4) Ciononostante, gli incontri con amici, colleghi e conoscenti avverranno, senza ombra di dubbio, durante la tua ora peggiore, devastata dall’alcool o in preda alle endorfine post palestra, ancora ansimante e senza trucco.
5) Dismettere i gusti musicali acquisiti durante una storia alla fine della stessa conferma l’idea che tu sia un tipo influenzabile. Continuare ad ascoltare musica che non ti appartiene (specie se dal vivo) svela una vaga vena patetica che non vorresti evidenziare in pubblico.
6) Una volta mi hanno detto che il tempo di elaborazione di una storia è la durata della storia stessa. Hanno mentito, per vari ed evidenti motivi.
7) Vestirsi bene e mettersi nella migliore luce possibile, per un appuntamento con un ex, è un dovere morale verso sé stessi. L’onestà è per i dilettanti.
8) Immaginavi i lati oscuri della persona che avevi davanti, all’inizio? Ecco, appunto.
9) Le omonimie sono straordinarie se e olo se tu sei quella/o che rimane, tra le due persone col nome uguale.
10) Niente consola più dai fallimenti precedenti dello struggimento per un nuovo, inopportuno, amore non corrisposto.

p.s. La frivolezza è un’arma, e oggi ho scelto di appropriarmene. Oltretutto, siamo pure in tema.

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Le finestre aperte

Ha cominciato a ricomparire la gente che si bacia per strada, a Roma, segno che probabilmente, statisticamente ed inesorabilmente, la stagione sta (già) cambiando.

Ho una nuova app per la sveglia, invece, io. In ritardo, sempre, comunque. Alla ricerca dell’affermazione di me attraverso gli occhi altrui. E lo so che è sbagliato, e ci sto lavorando, ma non è facile cucirsi addosso le sicurezze e lasciare fuori il resto. Soprattutto quando gli eventi vanno controcorrente.

La primavera arriva, le finestre si aprono, io faccio microscopici passi che sembrano scalate con dislivelli allarmanti.

Rileggo la posta elettronica datata qualche mese fa e stento a riconoscermi, malgrado l’apprezzamento per la (mia) proprietà di linguaggio. Fossero lettere, almeno ci sarebbe la scrittura, a familiarizzare. Invece ci sono parole gentili e argute. A rispettare le distanze pur riconoscendo intimità passate, a fare caso a termini adatti ed argomenti importanti. A narrare una storia nata perché aveva una fine programmata, e che stasera mi dicono aver generato, da qualche parte tra le partenze e i ritorni inattesi, un’aspettativa insoddisfatta.

Ed è nuova per una sera, con un bicchiere di rosso e una grappa, la sensazione di aver determinato, senza volerlo, una mancanza. Ed è bello il sentirsi frivola e irresponsabile, ed è ancor meglio il teorizzare le distanze necessarie. Che sanciscono, in questa fine d’inverno, un po’ prematura e un po’ immaginata, la mia indipendenza di fatto.

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I bassisti che cantano

I bassisti che cantano
sono perloppiù poetici
i chitarristi che cantano
sono perloppiù egomaniaci.

E su un prato, con la birra, le confidenze di troppo, sono stata felice.
C’era il sole, c’era il mio fratello dell’anima (“ricordati che qualsiasi cosa succeda resti il mio fratellino”), c’erano discorsi matti ma non troppo.

C’era scritto

è indispensabile essere felici.

E ho pensato alle false pretese
e che forse sono un po’ disobbediente
e ho abbracciato persone che non vedevo da mesi, mesi interi,

ché questa città è così piccola e così grande insieme,
e ha gli aprili più belli.

E ho condiviso visioni internazionali
e c’erano anche loro.

E per un attimo, tra le facce, nel buio, è stata
pura gioia.

Perciò io maledico il modo in cui sono fatto
Il mio modo di morire sano e salvo dove m’attacco
Il mio modo vigliacco di restare sperando che ci sia
Quello che non c’è

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Blind date

Primavera è vedere una faccia che non ti aspetti tra la folla, sentire brividi che non ti aspetti, chiamare un nome a voce alta camminando su un prato al sole. Primavera è provare questa sensazione di frivolezza e un po’, proprio, di idiozia, quando ti accorgi che, quando una persona è presente, ti sembra meno variopinta, interessante, attraente e caleidoscopica di quando si volta e, camminando nel sole, si allontana da te.

Che fai, mi stai pedinando?

Primavera è scrivere messaggini a persone che non sai bene chi sono, con cui l’amica (la-spalla-migliore) ti ha organizzato un appuntamento al buio, con tanto di numero mandato via sms senza nome associato, con il commento ‘goditelo perché queste cose succedono raramente nella vita’.

Primavera è i progetti che maturano, e sentirsi soverchiati e anche un po’ soddisfatti, anche se niente è (ancora) andato in porto, ma finalmente ci sono tante cose diverse, nei giorni, e c’è spazio per aggiungerne altre. Perché a me ci vogliono nove mesi per guarire dalle cose, e nove mesi stanno per scadere. Tic, tac.

Primavera è sentire vuoti, a tratti, ma meno di prima.

Va bene così.

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Propositofobia

Sei pronto a fare in modo che le tue paure si mettano al tuo servizio invece di logorarti.

L’ha detto R.B. ai Pesci, e io l’ho letto domenica mattina, da una fotocopia appesa in un bar brutto con i cornetti buoni. Quanto tempo è passato dall’ultima volta che ho fatto colazione al bar con qualcuno?

Le prospettive cambiano solo per una concessione, che mi sono fatta e che in parte, forse, rientra in quella riga corsiva. Quella delle paure, che non logorino più, d’ora in avanti. E che in parte rientra nella categoria delle succulente tentazioni dell’oroscopo del Cancro (toh). Che si sa che gli oroscopi sono gli specchi psicologici dei poveri (anche di chi dallo psicologo ci va, mi sa), quindi vediamoci quel che ci va, vediamo-ci.

Leo dice che la sua psicologa diceva i tempi dell’analisi spesso non coincidono con i tempi della vita. E io cerco di vederci del vero.

Perché sono sempre lì, a girare intorno alle stesse persone, alle stesse mani, agli stessi baci.
Quindi ho deciso così. Il proposito è aprire porte nuove, senza imporsi di chiuderne di vecchie.

Non ce la faccio, a chiudere porte. C’è tanto che cambia, troppo, amici che partono, nuovi status, chi si sposa, chi prende casa. E si sta, davanti a bicchieri di vino rosso (prendiamo il Primitivo, che costa meno) a disquisire sulla definitività di progetti (un cane è più definitivo di un mutuo, infine). Si sta, a scambiarsi messaggini cercando il distacco che non arriva mai, ma sorridendo perché lunedì mattina mi son detta, per la sesta volta in serie, oggi inizia il mio luminoso futuro dottorante. Ma stavolta, forse, è stato un po’ vero.

Mattoncini in fila, mi rialzo in piedi, in un modo o nell’altro. C’è del bello, a guardar bene.

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Pago da bere alla gente sbagliata

Pago da bere alla gente sbagliata,
mentre mi proietto in universi nuovi di zecca,
in cui io sono un’altra,
ascolto la stessa musica ma so camminare con i tacchi
sono allegra e sono sicura,
anche se i buchi neri sono gli stessi e se ne stanno, e mi guardano, e ridono.

Cerco di non pensarci, ma sono sulla soglia di una vita nuova.
Poi riascolto Coez e mi viene da ridere ad averlo pensato, quel pensiero lì, in questi termini.

Io e i miei ossessivi modi di pensare che ogni curva, ogni sassolino, ogni buca che trovo sulla strada sia un assoluto, un segno, una cosa che può cambiare il corso degli eventi.

Ma ormai lo so che sono così. Cerco di riderci su e me la godo. Anche gli assoluti, me li godo. Ché certe volte sono positivi, gli assoluti, e quelle volte anche guardare le case passare, dal finestrino di un treno, è pura gioia.

E non lo so dove sei,
se da te piove forte come qua
o se va tutto ok,
ma verità è che non sai perché
ma parli ancora di me
e ti sembra strano
da così lontano lontano da me.

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