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New year.

C’è quella scena finale di Harry ti presento Sally, quella in cui lui corre e corre e corre e arriva alla festa dove lei, capelli cotonati (che solo Meg ci poteva stare bene lo stesso, con quei capelli lì) e sorriso triste balla con un tizio a caso, e lui la trova e dibattono sulla canzone e poi lui le dice quella cosa del resto della tua vita con qualcuno.

Ecco quella scena l’ho molto pensata in queste passate settantadue ore, che come mi hanno detto di recente questo lessico che usi te nessuna persona normale lo usa, il verbo amare lo coniugano solo nei film. Che poi i film anglosassoni mica si espongono così tanto, love è diverso da amare, diceva la mia prof del liceo, o almeno può esserlo.

E così stai sempre ad esternare, e io mi difendo, e argomento che chiamar le cose con il loro nome sarà cosa da bambini che mi ha fatto faticare nell’adolescenza emarginata, ma son sopravvissuta pure senza fumarmi le canne nei circoli in cui tutti lo facevano, figurati se ci rinuncio ora. E quindi capitolano e dicono no io una come te l’ho conosciuta tempo fa, era strana, ci stavo insieme. E io rido un po’.

Decido per onorare l’anno pari di non frenare gli slanci anche se non son sicura, ché chi non ha mai avuto dubbi non ha mai fatto nulla (forse), ché volevo dire meno parolacce, meno “comunque” e fare l’amore di più. E poi, abbiamo chiuso porte vecchie e logore e tristi anche se bellissime. Ed è il momento di aprire le finestre.

E quindi anche se non me lo immagino, io, il resto della vita, ho raccolto tutte le carezze non date, i baci nell’aria, il desiderio a segni alterni, ho messo in discussione l’interpretazione di gesti sbagliati e pianti incomprensibili del giorno dopo. Ho trovato il coraggio di cancellare molte cornici e molti recinti e anche un po’ di paura. Era pure capodanno. Ed è stato bellissimo.

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Carpe diem

Non accade solo nei telefilm che le feste di anniversario si interrompano a causa di un aneurisma di una tra i presenti. Arrossisci, impallidisci, è un attimo ed è silenzio, attesa e un bel po’ di paura. E amici medici da benedire. Si dice, è una lezione per tutti, carpe diem.

Si piange qualche lacrima amara delle ricorrenze e della vita che scorre, scappa via, non lascia (mai, mai abbastanza) tempo.

Pare che gli ospedali siano d’oro, nelle terre del nordest. Pare che sia stata una fortuna. Pare che sia andata nel migliore dei modi.

Pare.
Però.

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And I still believe

L’amore me l’hanno insegnato i miei genitori.
E a volte mi capita di pensare che non sarò all’altezza di una missione tanto intima e tanto grande, quanto la loro. Quella di condividere una strada senza snaturarsi, senza calpestarsi, quella di scoprire sé senza strappi, riuscendo nell’avventura dello scambio che lascia da parte il convincimento.

L’amore me l’ha insegnato mamma con la solidità e la presenza, con la serenità delle scelte che non erano forse le più ovvie o le più ambiziose ma sono state felici pienamente, e consapevolmente.

Me l’ha insegnato il mio papà con l’entusiasmo che gli fa brillare gli occhi anche a cinquant’anni suonati (e forse, più di prima). Con i dubbi che talvolta vorrebbero farlo sembrare traballante, ma non ci riescono.

Me l’hanno insegnato insieme, con le preoccupazioni solidali e il dire e non dire, a seconda dei momenti. Me l’hanno insegnato ciascuno per sé, con la musica riscoperta e l’equilibrio che incredibilmente hanno, ognuno guardando avanti ma, meravigliosamente, guardando dalla stessa parte, in due.

Ed è per questo che sorrido, che spero, che sto in piedi da sola e insieme ho bisogno di amare profondamente.

“Congratulazioni per il traguardo, pà”
“Eh, trent’anni. Mi sembra impossibile”

p.s. grazie a Frou che me l’ha suggerito

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Silenzi, pieni.

Succede che mi perda, nei giorni, tra le righe.

Succede che le narrazioni si interrompano, fuori tempo, fuoriluogo.

Succede di leggere commenti di vicini del web, di quelli che ci sono da tanto che sembrano i vicini di casa, l’empatia diventa familiarità (o la familiarità diventa empatia?). Vicini che ci sono, da così tanto che ancora ti ricordi la volta che li hai intravisti a via Induno, una pancia promettente (loro), una Lancia verdina e accogliente (nostra), le vite così diverse, la loro e la tua, che sembra un altro mondo, da qui.

Allora, da uno spunto fuori, mi accorgo di esser lontana. Metto la bossanova di sottofondo e mi concedo il tempo di raccontarmi. Saudage, come diceva Fernando e mi sembrava insieme così bello e così scemo, quella notte.

Succedono insieme tante cose. Ho messo la mia firma su un pezzo di carta che delinea una casa come mia. Intermezzo bancario, velleità borghesi, certo che sì, nostro malgrado, ma una radice a Roma, una radice mia. Hanno detto, ho diciotto mesi per spostare la mia residenza. Niente più nordest, dunque, un altro cordone ombelicale reciso, e anche se è solo simbolico fa strano, strano.

Ho incartato pentole e libri e tazze e vestiti, ho pianto un po’, tutto ciò è compiuto, ebbene. Tutto ciò, misto ad arrabbiature che avrei voluto non fossero mie, ma ci sono. Aspetto dunque il giorno ics, in cui tutto (tutto) sarà trasportato di duecento metri, tra muri vicini, ma non troppo, che attendono il colore del mio nuovo amore (e non è una metafora). Il mio amore che colora, e poi parte e se ne va lontano, e io che gli voglio bene ma non lo amo, in realtà, sono un po’ triste e un po’ sollevata, come nelle grandi occasioni. Io sto.

Mi hanno prestato un frigo da campeggio, mi hanno detto che sono brava.

Sto. Felice e stanca, e interrogativa in egual misura.
Si gira una pagina importante e ancora non me ne rendo conto, mi sa.

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Keep on moving

Comincio a inscatolare, esorcizzando il passato, rimuovendo partenze attese, nella gioia della libertà collettiva, l’unica sensata, concessa dal vivere e lasciar vivere.

Leningrado all’orizzonte, e non solo all’orizzonte. Intorno, sopra, sotto, davanti. Avvolge, la metafora giusta, promette momenti felici e modi di stare concretamente, meravigliosamente libertari.

Con N., la metafora giusta, arriva anche la pacificazione (finale?) con il mio modo di stare al mondo, che altri e altre apprezzano da tempo più di me. Non si può dire che io sia stata ferma, in questi anni, ribollendo ripensamenti nati da strappi antichi. Ma il senso dei percorsi, anche quelli compiuti in prima persona, è difficile da esplicitare, mettendo una parola dietro l’altra. A volte solo un osservatore esterno può regalare il punto di vista giusto.

Inscatolo e tossisco la polvere dei quattro anni passati qui. Questo è il posto che, più di tutti, ho chiamato casa. Ma ora mio fratello e mia sorella sono lontani, ed è giusto sperimentare altri modi, altre vie.

E mentre scrivo libri, scarpe, bricolage e altro col pennarello rosso, e amici berlinesi dicono su skype “mi sembri positiva”, sono insieme curiosa, esaltata e serena.

E’ il momento di andare avanti.

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Via dei Matti, numero zero.

C’era una casa molto carina
Senza soffitto, senza cucina,
Non si poteva entrarci dentro
Perché non c’era il pavimento
Non si poteva andare a letto
In quella casa non c’era il tetto
Non si poteva fare pipì
Perché non c’era il vasino lì
Ma era bella bella davvero
In Via dei Matti numero zero.

Cibo vacanze e riposo.
E rovistare tra le tazzine e i bicchierini da liquore bordati d’oro, rendersi conto di aver tra le mani oggetti che hanno tre volte la mia età, assaporare con l’animo del “lo sapevo, io”, finalmente, i benefici della vena da accumulatore seriale ereditata senza scampo dalla parte materna dell’albero genealogico.
Combattere il sentirsi privilegiata e anche vagamente fuoriluogo, come non fosse vero, come non fossi adatta, davanti a preventivi per una cucina low-profile, a progettare l’arredamento di una casa mia.

I dubbi mi assalgono e si traducono in mal di stomaco e senso di straniamento, come se pochi giorni in famiglia avessero passato una patina nebbiosa sulla mia vita vera. Nebbia leggera, alimentata rifiutando telefonate amiche e procedendo col solito, primaverile, check-up medico. Patina squarciata di vero dalle telefonate del mio capo.

Il lato B della vita è bello e strano insieme, da qui. Ci sono progetti a lungo termine che cozzano con la precarietà della mia vita reale, ci sono amori leggeri, però presenti e solidali. Ci sono aperitivi sotto la Basilica meravigliandosi del caso, che ti fa ri-incontrare bei compagni di qualche giorno, qualche notte o qualche anno. Ci sono immaginari spostati, c’è camminare per strade che sono state mie per vent’anni e non riconoscere più i negozi, le facce, le parole.

Ci sono anche gli interrogativi sul dopo.
E le convinzioni che miracolosamente sembrano più forti, altrove.

Ci sono i treni e i computer, e le liste di cose che compulsivamente compilo, sperando che gli imprevisti se ne stiano silenti per un po’.

C’è anche tanta luce.

 

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…e secca sete di te.

La meraviglia mi ha colpito in un sabato di sole,
di tacchi e giacca stirata di fretta, e accessori pop e collant scuri
(glieli do velate signorina, che la microfibra non ha niente di elegante, mi creda, niente),

la meraviglia mi ha colpito in mezzo a cinquanta donne, tra le più straordinarie,
tutte intente a schivare un buquet lanciato nel sole.

La meraviglia mi ha colpito etichettandomi come la persona più responsabile,
mi ha colpito con le foto dei miei amici, bellissimi eleganti,
mi ha colpito mentre ballavo con il padre della sposa,
mi ha colpito con le parole del mio amico di tanti anni.

Quel mio amico che ha fatto un gesto per amore e ci ha sconvolti tutti, per il coraggio, come è stato scritto. E dunque furono danze, furono fiumi di vino rosso (sulle camicie bianche), furono baci rubati e convinti e a volte un po’ meno, furono cortei di macchine e clacson e musica fortissima, e tante risate, furono macchine scariche a rimanere in dubbio a sentire la musica abbracciati, su un sedile solo, sotto casa, e poi fermi quando finalmente una decisione era stata presa, parcheggiamo? Fu uscire di casa all’alba coi vestiti stropicciati, ancora brilli e bellissimi, per accompagnarmi a prendere un treno, per stare insieme alla famiglia in un appuntamento importante.

Per un perfettissimo giorno ho toccato il cielo con un dito, e ho avuto la certezza che in qualche modo avremo le nostre strade da percorrere, tracciare, costruire. Per un momento, con i grattini sulla schiena, con le parole belle, ho pensato che mai furono scelte parole migliori di quelle che ha scelto R.

Bisogna scavalcare gli ostacoli o aggirarli.
Dobbiamo vivere,

non importa quanti cieli ci siano caduti addosso.

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…the times they are a-changing

Questa primavera porta aria nuova, tante cose cambiano senza fare rumore.

Aria nuova, e una casa nuova. Una casa mia.

Una casa nuova, altra da quella che ho abitato per tanti anni e per tante cose accadute, tante, tante che ormai queste mura, le pareti gialle con le cose appese, sono quasi slegate dagli eventi che ci sono successi dentro, dalle persone che ci si sono appoggiate, dalle urla e dalle parole e dai suoni che hanno contenuto (quasi sempre), custodendoli dall’esterno nella parvenza di riservatezza che può essere concessa anche a chi vive in una casa di cinque persone.

Una casa nuova, anche perché questa è meno casa da quando V., coinquilina dell’anima, è partita per altri lidi, per seguire un amore che se n’era già andato, portandosi i mici e una macchina carica di tutta la sua vita. E’ meno casa da quando non c’è lei, che tanto mi faceva incazzare ma mi comprava le medicine quando stavo male. E’ meno casa con le sue telefonate tristi, ma che lasciano trasparire, finalmente, il bisogno di riscatto che ho sempre sperato di sentire nella sua voce.

Questa è meno casa da quando M., fratello folle e fisico inadempiente, si è trasferito giù al nord. Meno casa da quando non ci ammorba di arance e gin lemon nei bottiglioni di plastica, sostanze (poco) psicotrope assunte da adulto e molestia alcolica. Mi manca, quanto mi manca.

Questa non è più casa da quando non si progettano cene con gli amici comuni perché amici comuni, ormai, con chi qui ci vive ora, ce ne sono di meno. Ma forse sono ingiusta, è ancora casa, solo che non sembra bella come prima ora che la famiglia è lontana. E forse è un segno, giro di vite, è ora di riconoscere il cambiamento.

Aria nuova è risentire A. dopo tanto tempo e dirgli, un giorno ci vedremo, e rideremo insieme, ma adesso no. E’ riconoscere le distanze, è sceglierle, è smettere di essere arrabbiati e cominciare a costruire nuove strade. E’ chiamare le cose con il loro nome, a volte è forzarsi di fare un passo in più di ciò che dice l’istinto, sapendo che il mio istinto è così legato alla razionalità che a volte non si capisce quale dei due sia, a parlare, e a dirti vacci piano.

Così, aria nuova è giocare con gli appuntamenti al buio per nascondere il fatto che c’è una persona nuova che si è ritagliata un posto nei miei pensieri, prendendo in giro le mie ansie e promettendo partenze estive per viaggi lunghissimi, sola andata. Questa persona è magnificamente positiva, e lontanissima da come pensavo che fosse. E’ un sorriso che non mi aspettavo, anche se a termine (o forse, proprio per quello).

Aria nuova è pensare alle prospettive possibili, è immaginarmi nella mia camera nuova a settanta metri da qui, è avere paura degli scatoloni e degli esami, è cercare risposte e trovarle anche, un po’.

Aria nuova è il primo addio al nubilato della mia vita (e chissà se ci saranno gli spogliarellisti, chissà). E progettare vestiti e scarpe e pomeriggi, e chiedersi se mi commuoverò, alla fine.

…and you better start swimming
or you’ll sink like a stone

‘cause the times, they are a-changin’

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Fiori rosa, stasera esco, ho un anno di più.

Così è arrivato anche l’otto marzo,
è arrivato in una piazzetta fredda tra i Caffè Borghetti e i dolci nella carta stagnola,
è arrivato con le ansie da prestazione e l’assenza di tante persone importanti per me,
ma anche con tante presenze nuove.

È arrivato con M. ad abbracciarmi per riempire il vuoto di cui l’anno scorso, precisamente, a dire scusa, forse-ma-anche-no-che-c’ho-na-vita-complicata. Ché ai belli si perdona tutto, e questa cosa mi fa proprio incazzare, ai belli si perdona anche se poi non ti fidi più, ma ci prendiamo gli abbracci, quelli sì.

È arrivato l’otto marzo di donne e cortei e forse qualche ripetizione, e banalità che banalità è per noi, ma qui la barbarie aumenta e tocca ridirle tante volte, le cose, al di là delle polemiche. E quindi è l’otto marzo, ed è ora di camminare in tante in mezzo alla strada ché, al di là di tutto il dibattito, alleggerisce, a volte, vedere tante facce e persone che camminano insieme, se poi c’è il sole figurarsi, se come ogni otto marzo, qui, si fa quasi primavera, e tutto brilla un po’ di più, anche meglio.

È arrivato l’otto marzo di presenze numerose e importanti, di messaggini di uomini nuovi e incredibilmente saggi, che non credono nell’amore diventando i miei compagni ideali, in questo cambio di stagione in cui attendo e rifletto, e cerco di esserci e stare aggrappata al presente, senza farmi cogliere troppo dal mio personalissimo amarcord.

È arrivato l’ otto marzo di una bella vita. Mi ha portato di nuovo un anno pari e un po’ di fortuna, almeno così sembra. E guardo il sole dal finestrino del treno, diretta ad un pranzo di famiglia, e mi dico brava, e lancio gli obbiettivi, e sono felice.

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Stasera andiamo a Monti

Mi hanno detto che chi rompe le cose sta attraversando un periodo di transizione. Chi me l’ha detto ha aggiunto, io rompo tutto, sempre, quindi si vede che sto vivendo dei cambiamenti. Non smetto di non sentirmi compiuto. Chi me l’ha detto è una delle persone più importanti della mia vita, che adesso c’è, nel senso che esiste fisicamente ed ha memoria -credo, spero, ritengo- di tutto quello che insieme abbiamo vissuto, ma non è la stessa persona. E non nel senso banale ‘il tempo passa, non stiamo più insieme, l’intimità sparisce, risucchiata da chissà che spazio delle emozioni invecchiate’. Vedere V. e raccontarci è sempre più difficile, perché, insieme, siamo il compimento delle divergenze. Quelle che qualche anno fa ci hanno fatto separare, ed ora ci fanno dire se sei felice e sono felice, va bene così. Anche se V. è anarchico fuori e moralista dentro, quindi non lo so se secondo lui davvero, va bene così. Ma forse sì.

Vedere V. è sempre una trappola mortale, la stranezza mi abbraccia e mi resta addosso per un po’. E’ difficile da descrivere, e magari penso di essere la sola con questa percezione strana degli eventi. E invece magari non lo sono, ed è solo un banale farsi tornare in mente tutta la meraviglia e la bruttura, e la pesantezza e i sorrisi, di un amore finito da tanto.

Ma d’amore si vive, come diceva un vecchio documentario che D. mi aveva scaricato e masterizzato su un dvd. D’amore ci vivo, io. E bacio gli amici e concedo possibilità, e mi nego e rido e, a tratti, penso di non essere mai stata così consapevole e serena. E questo è un regalo del nuovo anno.

Stasera andiamo a Monti. Che Monti non mi piace, e non ci vado mai, quindi non incontreremo nessuno e potremo trovare un angolo di Roma per noi, per capire se c’è ancora spazio, se ci stiamo cambiando i ruoli, se ci diamo più gioia o ci facciamo più male. Per capire se anche noi siamo quello che descrivevo, un amore finito da un po’ (incompiuto, però) o se siamo ancora un lavoro in corso. Mentre mi metto i jeans nuovi e mi sento felice in mezzo ai miei amici, mentre mi sento di nuovo al mio posto, nel mondo, e non so se qui ci sei, tu, oppure no.

Che bello, questo anno nuovo.

 

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