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Stai tranquilla

Non ho più parole (credo)
vivo in uno stato un po’ così
di inquietudine e di dubbi e di aprire le porte e far entrare il vento,
ma in senso brutto

Sbattono le finestre della mia testa e della mia anima e io
(ancora una volta)
non riesco a lasciare fuori il vento

Sono ferma
in trappola forse
in ansia di sicuro
in una parola, in Svizzera

Andiamo a Milano in gita
che chi l’avrebbe detto, poi
che Milano mi sarebbe sembrata così?
È bella Milano
col sole i grattacieli
con la gente che si sente al centro del mondo

E di sicuro non è vero
ma almeno il resto del mondo esiste, a Milano

Mio malgrado mi scopro dalla parte sbagliata delle cronache
di quelli che vogliono solo tornare a casa
nonostante tutto ciò che ne deriverà, senza dubbio

Voglio un’occasione per me
ma rivoglio la mia luce
rivoglio la mia casa
rivoglio la mia rete e la vita fino a tardi la sera

Mi preparo a combattere
con una stanchezza al via
che non mi aspettavo e non so

Qualcosa mi consuma

Scusa
Non riesco a stare fermo
Ma per favore
Non mi dire stai tranquillo
Che tranquillo non sono
Perché se cerco e non trovo
Io mi agito

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A chi si prende la vita

C’è chi è capace di partire senza sentirsi mancare l’aria
Chi fa bungee jumping o scuole di kite surf

Chi ha bisogno di conferme sulle frasi
Chi si chiede sempre i perché di quello che è stato

Essere capaci di mollare tutto e correre perché serve sentirsi liberi
Ma anche di avvicinarsi, restare e costruire:
Quale il giusto mezzo?

E mi stanco dei personaggi preparati
Mi affatica smontare i ruoli

Solo vorrei che tutti potessimo, in un momento e senza la fatica di una vita, scoperchiare i nostri vasi di Pandora e mostrarci le nostre paure e i nostri buchi. Fa male innamorarsi dei buchi, ma nessuno si salva da solo, e le paure e le mancanze delle persone si somigliano sempre, si sa.

E quindi a chi si prende la vita penso, considerandomene lontana.
Poi mi rivedo e (mi) rifletto.
E vedo il coraggio che c’è sempre, nonostante non sia onnipotenza come a volte vorrei
E valorizzo quello che c’è.
Davvero.

E quindi brindiamo a chi si prende la vita, e prendiamola un po’ anche noi.

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Dei sì giusti (e di quelli sbagliati)

Un prato e le lucine, i teli a terra e i cuscini, le sedie bianche e il vino. Le bretelle rosse e i vestiti eleganti, i brindisi e le canzoni sempre uguali, le margherite. Chi è muto e chi parla troppo. Le mie impressioni talvolta sbagliate. Talvolta no. I tacchi abbandonati, a piedi nudi sul prato.
Un matrimonio bello negli occhi delle uniche persone importanti.

Dopo una notte per metà giusta e per metà sbagliata, a riempire le note a piè pagina dei miei pensieri, a chiedermi se son gli eventi a determinare le sensazioni o le sensazioni a determinare gli eventi, in quei circoli controversi in cui ti infili per andare a finire nei tuoi soliti schemi.

A riempire i vuoti e a regalare abbracci che mancano, ci mancano.

E persone inattese mi guardano e dicono, cose, dicono. E mi sembra incredibile la lucidità con cui inaspettatamente colgono pezzi di me.

E la fiducia?
Eh.

[Don’t you ever get lonely
From time to time?
Don’t let the system get you down
(Big city life)]

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Irresponsabile

Ho commesso una leggerezza.
Ho aiutato chi non ne avrebbe avuto diritto, ma non ho procurato posti di lavoro, non ho fatto favori, non ho pagato marchette, non ho offerto prestazioni sessuali in cambio di qualche vantaggio.
Non ho imbrogliato ad un concorso pubblico, e forse moralmente ciò che ho fatto è meno d’impatto di quella volta che ho raccolto gli occhiali smarriti nel camerino di Benetton.
Non conta nulla, se non il bollino di irresponsabile tra chi conta di quelli che lavorano con me.
Non ho causato danni economici (e se ho capito qualcosa del mondo vero, questo più di tutto il resto mi sarà di assoluzione, infine).
Ho fatto una stupidaggine, e per questo mi arrovello.

Ché quelle come me non ci sono capaci, di fare cazzate, m’è preso il mal di pancia anche quella volta degli occhiali, a me.

Ma magari una macchia nera, una mancanza, potrebbe alleggerire, qui, potrebbe alleviare i modelli di comportamento, qui. Ma no, qui conta che ognuno coltivi il suo giardinetto e stia bene con sé, qui. Se sei generoso sei scemo, qui.

E avrei bisogno di sviscerare l’accaduto cento e cento altre volte, come sempre quando faccio le cazzate, e non so chi c’è ad aver voglia di sentire i miei arrovelli, forse nessuno liberamente, ma certo sarebbe bella la sensazione di generare senso di protezione, anziché esercitarla, almeno una volta, cosi, per cambiare.

E quindi se sembra una lamentazione, è quello che è.
Andrà meglio, e una stupidaggine a decennio si tollera, d’altra parte.

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Blind date

Primavera è vedere una faccia che non ti aspetti tra la folla, sentire brividi che non ti aspetti, chiamare un nome a voce alta camminando su un prato al sole. Primavera è provare questa sensazione di frivolezza e un po’, proprio, di idiozia, quando ti accorgi che, quando una persona è presente, ti sembra meno variopinta, interessante, attraente e caleidoscopica di quando si volta e, camminando nel sole, si allontana da te.

Che fai, mi stai pedinando?

Primavera è scrivere messaggini a persone che non sai bene chi sono, con cui l’amica (la-spalla-migliore) ti ha organizzato un appuntamento al buio, con tanto di numero mandato via sms senza nome associato, con il commento ‘goditelo perché queste cose succedono raramente nella vita’.

Primavera è i progetti che maturano, e sentirsi soverchiati e anche un po’ soddisfatti, anche se niente è (ancora) andato in porto, ma finalmente ci sono tante cose diverse, nei giorni, e c’è spazio per aggiungerne altre. Perché a me ci vogliono nove mesi per guarire dalle cose, e nove mesi stanno per scadere. Tic, tac.

Primavera è sentire vuoti, a tratti, ma meno di prima.

Va bene così.

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The alcoholic

C’è quella canzone del titolo, nell’aria, mentre penso velocemente che mi aspetta probabilmente una delle serate più strane di questo duemilatredici (e considerato ciò che c’era un anno fa, nel mio spazio vitale e in quello emotivo, è difficile da immaginare).

Come dice N., se non mi è venuta la cirrosi epatica lo scorso inverno è dovuto solo alle mie radici venete. E io rido, pensando che ha un po’ ragione, e penso che a furia di cercare col lanternino qualche motivazione sociale e un po’ di gioia, l’ho trovata. Alla faccia di tutti quelli che ‘più lo cerchi meno arriva’, alla faccia della sciatteria, che si parli dell’amore o del mio chiodo del periodo (i sapientemente nominati progetti definitivi).

Ci appollaiamo sui braccioli del divano in cene in cui cucino pizza per un esercito di cervelli in fuga di ritorno per le feste. Progettiamo bagordi a cui parteciperò, come mio solito, a metà, aggrappandomi ai miei paletti indiscussi, mentre tutti i miei amici intorno penseranno come sempre che sia solo questione di tempo, che prima o poi anch’io cederò, ritrovandomi dalla loro parte della barricata (quella dei trentenni, tra le altre cose).

Mentre preparo vestiti per andare a una cena di lavoro (di sabato, sì, che poi tocca far le valigie e partire) penso sia benedetto chi ha inventato il nero, e il rossetto, e gli anfibi che si possono lucidare, che mi trasformeranno in tre secondi dalla fisica principiante che sono nel resto della settimana a colei che è pronta ad andare a ballare in un luogo in cui sicuramente si avvicenderanno diversi uomini passati (con le loro donne) e tutti gli amici di ritorno, di cui sopra, in un travolgimento di gioia di vivere (speriamo) e malinconia (di sicuro) per il tempo che passa, le cose che cambiano, la ricerca sempre attiva di progetti definitivi (di cui sopra, ancora). Così come nel random mode della musica che c’è in atto si susseguono senza batter ciglio Pendulum e Battisti.

Finirà pure, questo cazzo di duemilatredici, si diceva, e mentre questo finalmente diventa vero mi coglie di sorpresa la frenesia di fare tutto l’ultima volta, con il sentore che con l’anno nuovo tante cose cambieranno. Sarà che l’ha detto anche Rob Brezny, che troverò la forza, e so che prima o poi mi dovrà succedere, di sfuggire a una frustrazione che mi logora e mi addolora da molto tempo. E mi fanno anche un po’ paura il formicolio nelle mani e la voglia di tornare a saltellare per strada, con le canzoni sceme nelle orecchie, perché per la prima volta, dopo mesi, penso che potrebbe essere vero.

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Propositofobia

Sei pronto a fare in modo che le tue paure si mettano al tuo servizio invece di logorarti.

L’ha detto R.B. ai Pesci, e io l’ho letto domenica mattina, da una fotocopia appesa in un bar brutto con i cornetti buoni. Quanto tempo è passato dall’ultima volta che ho fatto colazione al bar con qualcuno?

Le prospettive cambiano solo per una concessione, che mi sono fatta e che in parte, forse, rientra in quella riga corsiva. Quella delle paure, che non logorino più, d’ora in avanti. E che in parte rientra nella categoria delle succulente tentazioni dell’oroscopo del Cancro (toh). Che si sa che gli oroscopi sono gli specchi psicologici dei poveri (anche di chi dallo psicologo ci va, mi sa), quindi vediamoci quel che ci va, vediamo-ci.

Leo dice che la sua psicologa diceva i tempi dell’analisi spesso non coincidono con i tempi della vita. E io cerco di vederci del vero.

Perché sono sempre lì, a girare intorno alle stesse persone, alle stesse mani, agli stessi baci.
Quindi ho deciso così. Il proposito è aprire porte nuove, senza imporsi di chiuderne di vecchie.

Non ce la faccio, a chiudere porte. C’è tanto che cambia, troppo, amici che partono, nuovi status, chi si sposa, chi prende casa. E si sta, davanti a bicchieri di vino rosso (prendiamo il Primitivo, che costa meno) a disquisire sulla definitività di progetti (un cane è più definitivo di un mutuo, infine). Si sta, a scambiarsi messaggini cercando il distacco che non arriva mai, ma sorridendo perché lunedì mattina mi son detta, per la sesta volta in serie, oggi inizia il mio luminoso futuro dottorante. Ma stavolta, forse, è stato un po’ vero.

Mattoncini in fila, mi rialzo in piedi, in un modo o nell’altro. C’è del bello, a guardar bene.

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Ignatia

(si canti come Rino Gaetano)
le feste di laurea
i pronti soccorsi
telefonate
inutilità
la leggerezza
niente Parigi
venti ore di sonno
pioggia a go go
la nostalgia
lacrime a caso
poi un rimedio
la serenità
(sì, era un loop di Aida)

Sono successe tante cose, una nube grigia di malessere fisico ed emotivo mi ha avvolto e affogando non trovavo neanche il modo di scrivere. E dire che, in genere, lo trovo rigenerante. Non so se sia stato il rimedio titolante (che poi, quant’era bella quella canzone di Fossati, quando la ascoltavo), ma ho pianto tanto e mi sono tolta un po’ di zavorre, c’è tutto diritto davanti, tutto possibile, strade che si aprono piano, ma con la frenesia dei progetti nuovi.

Ci sono state le feste di laurea, l’allegria forzata che poi mi ha contagiata ed è diventata vera, l’amore nell’aria, la straordinaria sensazione che provo ogni volta che l’egocentrismo mi è pubblicamente concesso e sfocia nel prevedibile invaghimento collettivo dell’oggetto dei festeggiamenti. E’ tutto aperto. L’uomo dai ricci grigi ha detto io ti voglio felice causandomi l’istantaneo istinto di dargli un pugno in faccia, perché quando non stai bene fisicamente poi ti senti anche fuori posto e non controlli le reazioni. Ma poi si è preoccupato per me, e io ho ricominciato a vedere tutto un po’ più azzurro. E in mezzo a questa pioggia pare già un gran risultato.

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Amor particolare.

Primavere autunnali si definiscono a partire da aggettivi con qualche pretesa di troppo.
Ne sono innamorata in un modo tutto particolare
mi dice B., condividendo riflessioni su skype condite di videochiamate saltellanti.

E io che ne so, che ormai mi sento come una vecchia saggia consigliera, dall’alto del mio eremo che consente una lettura distaccata degli eventi. Che ne so, che mi sento un maglione di quelli da casa, quelli morbidi ma di colori orribili, che li metti pure se hanno i buchi perché ti fanno compagnia.

Io che ne so, dell’amor particolare, mentre mi sembra che tutti e tutte caschino nella rete e si sentano gli unici al mondo, quando sono tanti, e io lo so perché li vedo, li guardo, per la strada, sull’autobus, sulle scale dell’università, sono tanti e sono tutti, meravigliosamente, uguali. La luce negli occhi, e i baci e la comprensione, più di tutto. Io che ne so, neanche mi ricordo che vuol dire, quell’abitudine di un corpo vicino al tuo, la comunicazione non verbale, l’intimità.

Sto, osservo, tengo tutti a distanza e mi sento goffa e onnipotente allo stesso tempo, ché se volessi tutto potrei, il problema è che non voglio.

Quello che voglio, in realtà, è prendere il tram e scendere alla fermata in quella piazza trafficata, camminare a testa bassa, non suonare il campanello con quel cognome elegante, ma entrare a caso e salire di corsa quattro piani di scale e sedermi fuori dalla porta, bianca, e aspettare. O andare a bere una birra in uno dei miei pub preferiti, quello dove una volta dicevo vado a rimorchiare, e nessuno mi credeva. E sedermi lì, e aspettare. Tanto lo so, che prima o poi arrivi.

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Post.

Ci casco tutte le volte.

Sei sotto pressione e pensi che dopo, dopo sì che sarà grandioso.

Feste su feste dal tramonto all’alba, danze e carezze, come cantava qualcuno. Carichi di aspettative il post, e poi non ce la fai. Passi un Halloween da sola a perder memoria di te, al tuo bar (e per fortuna è tuo, il bar, nel senso emotivo, e quindi è un po’ casa), con l’uomo con cui non vorresti stare che ti serve cocktail graziosi e silenziosamente ti osserva metterti in imbarazzo da sola, con grande classe, senza commentare. Ti sforzi di stare con gli amici anche se non ti va, ti sforzi per un’ennesima sera uguale a tante, solo che ti manca qualcosa, manca un filo, manca la connessione, i mesi di isolamento l’hanno recisa, e stai, e basta.

Le persone hanno i loro modi per tentare di starti vicino, e tu vorresti urlare che non sei una loro estensione, che sei tu e che hai i tuoi bisogni, e poi insieme ti chiedi se non sia, questo, quello che anche tu fai con gli altri, perché forse ha una componente di normalità continuare a considerare il mondo come un’estensione di sé, se si mette da parte l’ipocrisia per cui non lo si ammette.

Vorresti stare a letto a guardare serie tv, mettere in ordine la casa con una serie di schiocchi di dita come riuscivano a fare in Mary Poppins, ma forse serviva Londra, forse serviva George Banks, o Julie Andrews, forse bisognerebbe uscire tutti a ballare sui tetti senza aver paura di scivolare, forse servirebbe solo qualcuno che aggiusta le cose e poi se ne va, con eleganza, con un ombrellino chic. Forse servirebbe il coraggio di chiudere porte che pensi sia naturale tenere aperte, ma come si diceva qui, una volta, dalle porte aperte entrano gli spifferi, le correnti d’aria, che disordinano i fogli e ti fanno venire il raffreddore.

E lasciano un sacco di confusione. Un sacco di dubbi. Un po’ di gioia malcelata, probabilmente sbagliata, che affoga in un vuoto pneumatico che, anche se ci provi, proprio non riesci a riempire.

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