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…a love that keeps me waiting.

Mi manca la sicurezza. La sensazione di sapere che quando parli qualcuno riderà e ti darà un bacio, anche se hai detto una stupidaggine. Quella cosa che ti fa respirare un po’ più leggera. Mi manca un po’, una radice, mi manca. E spererei in un universo fatto di reti, come aveva detto V. tanto tempo fa, parlando d’amore. Quanto mi aveva fatto incazzare, quel suo anarchismo ostentato, ricercato ostinatamente. Quel tratto idealistico che mi aveva fatto innamorare di lui tanto tempo prima, da un certo punto, com’è ovvio, forse, era diventato intollerabile. E invece eccomi a ripetere le sue posizioni, da una distanza siderale.

E mentre sto qui a proclamare idealismi, e a parlare, ancora, di mancanze, mentre piove, e si è rotto il computer, mentre faccio tardi all’università perché penso che se mettessi piede a casa crollerei addormentata come Aurora, mentre tutto questo accade, sento un po’ le mani che tremano, e aspetto un appuntamento. Mentre ripenso al film che ho visto e di cui avevo già letto, che mi ha fatto pensare tanto ad A., alla (mia) sua mancanza, e anche un po’ ad M., e ai miei uomini scapestrati, sento un po’ le mani che tremano e aspetto un appuntamento. E mi impongo l’annullamento delle aspettative ma anche delle paure. E sono un po’ orgogliosa di me, metto il rossetto e sorrido. Stasera proviamo una cosa nuova.

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Di inizi che non son nuovi, né rose, forse, ma sono.

Gli eventi scorrono fluidi, nel complesso, anche se a chi ci sta dentro non sembra. E’ un po’ come il traffico, che a vederlo da fuori è lento e in costante evoluzione, mentre a starci dentro ti sembra di non muoverti mai.

Percepisco pensieri, li ho percepiti in tutti questi mesi, e dicevano cose che sembravano tutto sommato poco probabili, lontane. Ho scoperto che sono veri, sono sempre stati veri, in un guazzabuglio di altre cose che non avevo previsto, che non sapevo, e che erano vere, anche quelle.

In una serata ho osservato universi diversi, ho incrociato Floris su un pianerottolo, ho visto da vicino le vite di tanti coetanei così lontani, con l’anello al dito e i bambini in braccio, con la fede, dicono così. Ho confessato i pianti e ho osservato, più ad est, dei festeggiamenti che sembravano la descrizione universale della parola ‘coatti’.

Ho fatto capriole tra mondi interiori ed esteriori, ho nutrito il demone invece di mettere la testa di Idra sotto il sasso, ho visto tanto e ho celebrato il mio tornare alla vita con un bicchiere di vino rosso.

Ho tante domande, ma ho ricominciato a vivere. E Roma, come sempre, è il posto più bello per farlo.

‘Come l’ha visto tu, tutto quello che c’era, l’ho visto anch’io ‘
‘Quindi non sono matta’
‘No’
‘E cosa devo fare?’
‘Bella domanda’

Vedi mai una stella cadere
E non ricordi cosa desiderare?
Non c’è niente dentro me, qui a Varanasi
Perché dentro ci sei tu.

Parto.
E’ tutto pronto.

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Ho sognato il tuo profumo.

Ho sognato il tuo profumo,
e in un momento tra le sei e le sei e dodici di stamattina,
con tanta luce che entrava dalla finestra aperta,
mi sembrava che potessi essere con me.

Ricucio gli strappi,
non consento alle distanze di allungarsi troppo.

E neanche tu.

Stiamo,
in questa sospensione del reale,
aspettando (mie) prove e (tuoi) riscontri.

E’ come un taglio che non lascio cicatrizzare.
Lo so che non è saggio,
ma non riesco a fare a meno di te,
in un modo qualsiasi se non può essere quello che avrei scelto.

E paradossalmente, quando dici mi sembra di non avere niente da dire a nessuno, mi sembra che tu stia descrivendo me. Nelle distanze che mettiamo dal resto del mondo, nonostante i trascorsi, nonostante la delusione, e la mancanza, rimani la persona più vicina.

Sto, e cerco di non pensarci. Sono come un puzzle in cui i pezzi sono incastrati in maniera sbagliata, ma non si muovono. Semplicemente, sono troppi. Bisogna toglierne qualcuno, per risolvere il problema. Le direzioni, poi, si capiranno. Le strade si apriranno e, forse, le scelte saranno meno faticose. Poi.

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Suggerimenti.

Facciamo che questo è il mio specchio del bagno, visto che in genere ciò che scrivo qui lo rileggo come memorandum delle sensazioni. La scorsa settimana ho avuto questo suggerimento:

Aldous Huxley era un noto intellettuale del novecento che scrisse Il mondo nuovo, un romanzo che riflette una visione pessimista e distopica del futuro. Quando era più anziano, arrivò però a pentirsi di quanto era stato “esageratamente serio” da giovane. “Sei circondato dalle sabbie mobili, che ti risucchiano i piedi”, rifletteva, “che cercano di trascinarti giù nella paura, nell’autocommiserazione e nella disperazione. È per questo che devi camminare con passo leggero… Imparare a fare tutto con leggerezza. A sentire leggermente anche se profondamente”. Mi piacerebbe che mettessi questo consiglio in cima alle tue priorità per i prossimi dieci mesi, caro Pesci. Forse addirittura che te lo scrivessi su un pezzo di carta e lo attaccassi allo specchio del bagno.

Questa settimana, ho avuto quest’altro:

Per cominciare il tuo oroscopo, ruberò una frase da un romanzo di Thomas Pynchon: “Una rivelazione se ne sta lì tremante appena oltre la soglia della tua comprensione”. Per continuare, prenderò in prestito un messaggio che ho sognato la scorsa notte: “Un successo se ne sta lì tremante appena oltre la soglia del tuo coraggio”. Poi userò le parole che mi sembra di aver sentito mentre origliavo una conversazione in un negozio di alimenti biologici: “Se vuoi preparare un eccezionale banchetto d’amore, ti manca ancora un ingrediente”. E infine, Pesci, ti dirò che se vuoi affrettare l’arrivo di quella tremante rivelazione, conseguire quel successo e procurarti l’ingrediente che ti manca, devi imitare quello che ho fatto io per costruire il tuo oroscopo. Parti dal presupposto che il mondo intero ti stia offrendo suggerimenti utili, e ascoltali con attenzione.

A ciò aggiungo solo che cedere un po’ e uscire dalla mia corazza di ferro, quella delle grandi occasioni, quella di stringi i denti sei una macina (ma chi lo diceva, V.? Confondo i miei amori e ciò confonde me) mi ha forse evitato il crollo di nervi ma, penso, bene non ha fatto. Ho pianto ininterrottamente per diverso tempo e ho rimesso un ponte comunicativo tra me e A., cosa che, anche se appropriata, non andava fatta. Io (prima di essere una quasi ex studentessa ambiziosa e stressata) ero brava nei finali più che negli inizi, ma questo agosto mi sta smentendo. Però il fatto che si sia scusato per la sua stranezza e le sue distanze e la sua inefficienza comunicativa è stato bello. Bello sapere di non essermi sbagliata. Almeno, su di lui. Forse. Attendo la mia rivelazione. E intanto cercherò di non fare troppi danni.

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Assenze [Facebook e altre storie]

Lo so che sono anche un po’ monotona,
che parlo dei vuoti che sento e della determinazione che mi trascina, unica consolazione, in questi giorni appiccicosi, pagina dopo pagina, alla fine della mia settimana di scrittura e all’inizio della concentrazione per il primo degli ultimi sforzi.

Sveliamo un segreto dello stalking su Facebook. Io non ce l’ho, Facebook, né account finti né password di amici, amiche, ex ragazzi. Niente social per me. So che mi farebbe male, non è nelle mie corde, non mi va di rendere possibile ai più di rintracciarmi solo con nome, cognome o semplici relazioni sociali scontate, per esclusione. E so che alimenterebbe le mie tendenze comunicativamente sovraccariche. Niente social, anche se ne riconosco l’utilità, l’immediatezza e la talvolta la poesia, ma la mia rete esiste al di fuori di essi, per fortuna.

Però ci sono le assenze.

E io sto qui, in quest’estate un po’ merdosa, evitando il cibo precotto perché fa trentenne single ed è triste, crogiolandomi nella paranoia dell’alcolismo incombente in omaggio alle mie radici venete. Bevo una birretta e cerco nomi noti su Facebook, e osservo i loro segni di vita quando decidono di cambiare l’immagine copertina o l’immagine profilo, così si dice, credo.

Certe volte trovo tracce di cose che conosco, un commento di un amico, o di una cugina, come stasera. E allora prima sorrido perché mi ricordo delle presentazioni ufficiali, poi mi viene il magone, il nodo alla gola del non saprò più niente di loro, e poi mi viene la tristezza in loop perché penso di non essere stata abbastanza importante, nella vita delle mie ultime persone, per essere ricordata dai soggetti che io ricordo, spiandoli su Facebook. Gli amici e la cugina, ad esempio.

Io sono un’altra questione, io mi crogiolo nei ricordi e nelle rielaborazioni, io mi ricordo anche Fernando, quel portoghese di quella notte al campo scout (giuro, tutto vero: portoghese, una notte, campo scout). Chissà se lo troverei, su Facebook. Cla e gli interrogativi, dieci anni dopo il mondo.

Stasera è un po’ così.

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Gli epiloghi non servono a niente

Gli epiloghi non servono quasi mai,
danno quella vernice di banalità alle cose che mi mette un sacco di tristezza (forse è per quello che non sono brava a gestirli, le fini e i trascinamenti posteriori).

Bevi birra, tanta, troppa, per evitare che ti tremi la voce al momento del confronto.

E poi sì, ti vedi, ti dai i due bacetti di circostanza, ti ricordi il mio amico? Si certo, come no, era quello carino che ti aveva fatto ingelosire perché gli piacevo, mi sembra mio figlio ma tu pensavi lo stesso che avrebbe potuto piacermi, che ridere. Ammutolisci, io non so che dire.

La tua estate com’è andata?

Dici bene con fare dubbioso, non approfondisco. Mi domandi cose ovvie, riempi i vuoti, e anch’io.

E nel frattempo penso ai posti caratterizzati, come questo, in cui ho messo in atto la piece incontra l’uomo con cui hai chiuso qualche tempo fa senza capirci granché e con cui hai (nella testa o nei fatti) varie cose in sospeso anche dieci giorni fa (e non eri tu). Mi fa anche un po’ ridere, questo.

L’opinione generale è che io abbia vinto, io sono quella giusta, io non sembravo in imbarazzo (stavo morendo, dentro, chissà se te ne sei accorto), io sono quella simpatica e lanciata verso un luminoso futuro (ah, ah). Ma questa patina di insensatezza ricopre anche me.

Insomma, gli epiloghi non servono a niente. Solo a far sembrare uguale a tutto il resto quello che a te sembrava speciale, e prezioso. Perché forse nei fatti lo é, uguale a tutto il resto, quello che ci succede, ma è così bello che possa avere una valenza, a prescindere, per noi che ci siamo dentro.

Gli epiloghi non servono a niente.

Però adesso mi sento più leggera.

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Somebody to be there

Tutto è blu,
il cielo, i pensieri, la mia nuova maglietta e le scarpe che oggi non metterò.

Vorrei la condivisione, il tempo, credere di più nelle cause ideali. Non avere paura. Non avere dubbi. Vorrei. E mentre mi sento un po’ scema a stare sempre ai margini, a non sopportare i tempi dilatati dell’attivismo politico, che sono una delle ragioni per cui me ne tiro fuori, continuamente, mi interrogo su cosa sia alibi e autogiustificazione e cosa sia convinzione, reale, di non appartenere a quella strada.

Ho una controparte nuova per costruire i miei ragionamenti, e questa cosa non succedeva da tantissimo tempo.

Anche questo non sapere cosa sarà, e come, e quando, anche questo è una delle cose belle di questa primavera.

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