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Che poi era tanto tempo

Che poi era tanto tempo
Dormire insieme e i dubbi e la colazione e il caldo e le coperte

Che poi era tanto tempo
Sapere delle cose di te, e condividere e pensare
Alzare il termostato e togliersi il maglione, solo per stasera, solo per stasera.

Era da tanto
Proiettarsi in universi che non sono miei
E avere una paura viscerale
E perdere la trebisonda, forse, un po’

Che poi pensandoci bene le sensazioni sono sempre quelle
La strizza e il mal di stomaco e i sorrisi a caso
Vedere cose che combaciano e cose che non c’entrano niente e chiedersi come sarà

Folletti e sneakers di marca
E vicinanze e abbracci e incroci

Io non li vedo, i futuri possibili
Ma vedo presenti pieni di sole
No drama, ché abbiamo deciso così.

E non ci ero più abituata.

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10 gennaio 2016 · 5:25 pm

En pure

Per spezzare i circoli viziosi a volte basta fare un passo indietro.
Faccio i conti con le trappole per un’ora a settimana (oltre che sempre) e per tutto il tempo nel frattempo c’è quel verbo bellissimo che è barcamenarsi. La cui accezione approssimativa è (almeno nel caso in esame) estremamente liberatoria e illuminante.
E sarò proattiva. Ché tra il difendersi e il pensarsi sempre in difetto c’è tutta la differenza del mondo.

Che aspettare qualcosa di buono non somiglia a non sorridere sovrappensiero. Anzi, è quasi la stessa cosa.

Accorcio la lista dei “da fare” e se farà paura, se farò paura, andrà meglio dopo un po’.
Sono fortunata.

[E forse alla fine si capirà che avevo solo contato male.]
Guarda che sole c’è.

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After the storm

Dopo le fatiche e i passi avanti
Resta quel vuoto del dopo
E la coda emotiva non è mai sufficiente a riempire i buchi

(Lo chiamavano down).

Forse chiedersi cosa passa negli occhi degli altri quando ti guardano è inutile

Quanto spazio e quante altre storie

Che cosa ho voglia di dare?
Non voglio più svuotarmi ma nemmeno avvizzire

Sto.

Oggi è (comunque) un giorno importante.

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A chi si prende la vita

C’è chi è capace di partire senza sentirsi mancare l’aria
Chi fa bungee jumping o scuole di kite surf

Chi ha bisogno di conferme sulle frasi
Chi si chiede sempre i perché di quello che è stato

Essere capaci di mollare tutto e correre perché serve sentirsi liberi
Ma anche di avvicinarsi, restare e costruire:
Quale il giusto mezzo?

E mi stanco dei personaggi preparati
Mi affatica smontare i ruoli

Solo vorrei che tutti potessimo, in un momento e senza la fatica di una vita, scoperchiare i nostri vasi di Pandora e mostrarci le nostre paure e i nostri buchi. Fa male innamorarsi dei buchi, ma nessuno si salva da solo, e le paure e le mancanze delle persone si somigliano sempre, si sa.

E quindi a chi si prende la vita penso, considerandomene lontana.
Poi mi rivedo e (mi) rifletto.
E vedo il coraggio che c’è sempre, nonostante non sia onnipotenza come a volte vorrei
E valorizzo quello che c’è.
Davvero.

E quindi brindiamo a chi si prende la vita, e prendiamola un po’ anche noi.

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Dei sì giusti (e di quelli sbagliati)

Un prato e le lucine, i teli a terra e i cuscini, le sedie bianche e il vino. Le bretelle rosse e i vestiti eleganti, i brindisi e le canzoni sempre uguali, le margherite. Chi è muto e chi parla troppo. Le mie impressioni talvolta sbagliate. Talvolta no. I tacchi abbandonati, a piedi nudi sul prato.
Un matrimonio bello negli occhi delle uniche persone importanti.

Dopo una notte per metà giusta e per metà sbagliata, a riempire le note a piè pagina dei miei pensieri, a chiedermi se son gli eventi a determinare le sensazioni o le sensazioni a determinare gli eventi, in quei circoli controversi in cui ti infili per andare a finire nei tuoi soliti schemi.

A riempire i vuoti e a regalare abbracci che mancano, ci mancano.

E persone inattese mi guardano e dicono, cose, dicono. E mi sembra incredibile la lucidità con cui inaspettatamente colgono pezzi di me.

E la fiducia?
Eh.

[Don’t you ever get lonely
From time to time?
Don’t let the system get you down
(Big city life)]

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Ad un non amore

Di te amo l’onestà sconcertante
Le parole che filano via, attraverso le labbra, probabilmente più veloce di come prevedi, più di come converrebbe
Di te amo il gesticolare frenetico e un po’ infantile

E temo la tua distanza
Le tue priorità ferree e indiscutibili
L’appartenenza lontana (che non ho)

Ed è la prima sera che cammino in una strada nuova
E penso al mio quasiamico preferito, e a quel che direbbe se distinguesse queste parole
E penso che esser sempre uguali a sé stessi (va con l’accento, è un’eccezione) è una trappola
E ho paura di me

E insieme mi ritrovo in sensazioni troppo note per pensare che siano casuali
E se una sera mi ha protetto dal mondo un tempo avrei detto che andava bene già così
Ma non è vero e non si può negare
E non mi manca quello che potrebbe essere
Mi manca tutto il resto delle cose

Vuoi dormire con me stasera?
Disse, ma era già lontana.

Che fare?

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Irresponsabile

Ho commesso una leggerezza.
Ho aiutato chi non ne avrebbe avuto diritto, ma non ho procurato posti di lavoro, non ho fatto favori, non ho pagato marchette, non ho offerto prestazioni sessuali in cambio di qualche vantaggio.
Non ho imbrogliato ad un concorso pubblico, e forse moralmente ciò che ho fatto è meno d’impatto di quella volta che ho raccolto gli occhiali smarriti nel camerino di Benetton.
Non conta nulla, se non il bollino di irresponsabile tra chi conta di quelli che lavorano con me.
Non ho causato danni economici (e se ho capito qualcosa del mondo vero, questo più di tutto il resto mi sarà di assoluzione, infine).
Ho fatto una stupidaggine, e per questo mi arrovello.

Ché quelle come me non ci sono capaci, di fare cazzate, m’è preso il mal di pancia anche quella volta degli occhiali, a me.

Ma magari una macchia nera, una mancanza, potrebbe alleggerire, qui, potrebbe alleviare i modelli di comportamento, qui. Ma no, qui conta che ognuno coltivi il suo giardinetto e stia bene con sé, qui. Se sei generoso sei scemo, qui.

E avrei bisogno di sviscerare l’accaduto cento e cento altre volte, come sempre quando faccio le cazzate, e non so chi c’è ad aver voglia di sentire i miei arrovelli, forse nessuno liberamente, ma certo sarebbe bella la sensazione di generare senso di protezione, anziché esercitarla, almeno una volta, cosi, per cambiare.

E quindi se sembra una lamentazione, è quello che è.
Andrà meglio, e una stupidaggine a decennio si tollera, d’altra parte.

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