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Quello che rimane

C’è questa voglia di provare nonostante tutto
C’è la fatica e la rabbia e ci sono tanti freni
Ma c’è un po’ di gioia incastrata in questa vita
(Anche se ce ne servirebbe un’altra)

Mi ricordo le sensazioni, le ripenso
Mi rimane qualche domanda

Ma la causalità, non è solo che non c’è
E’ che certe volte è proprio sbagliato ricercarla

Cerco la poesia anche nel profumo di ammorbidente
(un po’ la trovo)

E nel sole nel caffè e nei finali giusti
Un po’ inaspettati
Ma che mi fanno sorridere in quella concretezza che è vera più del resto

E poi c’è sempre Roma

“Ma sai, io… io pensavo che un grande amore fosse un grande amore”
“Oh si, certo. Ma ormai erano cose passate”

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En pure

Per spezzare i circoli viziosi a volte basta fare un passo indietro.
Faccio i conti con le trappole per un’ora a settimana (oltre che sempre) e per tutto il tempo nel frattempo c’è quel verbo bellissimo che è barcamenarsi. La cui accezione approssimativa è (almeno nel caso in esame) estremamente liberatoria e illuminante.
E sarò proattiva. Ché tra il difendersi e il pensarsi sempre in difetto c’è tutta la differenza del mondo.

Che aspettare qualcosa di buono non somiglia a non sorridere sovrappensiero. Anzi, è quasi la stessa cosa.

Accorcio la lista dei “da fare” e se farà paura, se farò paura, andrà meglio dopo un po’.
Sono fortunata.

[E forse alla fine si capirà che avevo solo contato male.]
Guarda che sole c’è.

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After the storm

Dopo le fatiche e i passi avanti
Resta quel vuoto del dopo
E la coda emotiva non è mai sufficiente a riempire i buchi

(Lo chiamavano down).

Forse chiedersi cosa passa negli occhi degli altri quando ti guardano è inutile

Quanto spazio e quante altre storie

Che cosa ho voglia di dare?
Non voglio più svuotarmi ma nemmeno avvizzire

Sto.

Oggi è (comunque) un giorno importante.

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Feels like you, smells like you

Ci sono delle persone che in qualche fase della vita sono come dei talismani
Ché lo sai che ci sono, e stai meglio
E ci pensi e ti viene voglia di ridere

E c’è questa forma di amore nuovo
Questo sorridere e la voglia di farsi trattenere in un abbraccio
Immaginarsi nei pomeriggi d’autunno
Quelli che sanno di casa (e non è solo perché stanno arrivando, no)

Come una felpa morbida, qualche presenza .

Mi manca tanto altro
Ma per ora è una bella novità

Anche se non ho futuri reali per noi
Nemmeno prossimi, nemmeno limitati

Ma ho molteplici presenti di sole e sorrisi
E caffè e giornali e un bacio sulla guancia

E mi manchi quando non ci sei, amico

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Don’t let the system get you down

Lo so che l’ho già detto
Ma con la metro
Ottobre la luce le scadenze di lavoro
La pioggia a volte
Ma fa ancora caldo
(E va bene anche come metafora)

Navighiamo su questo inizio autunno
Chiededoci che cosa vuol dire essere innamorati adesso
Ma non è che è successo e non me ne sono accorta?

“È che ho avuto un’illuminazione. Io se uno mi vede credo di essere innamorata di lui”
“Non sei in analisi tu, eh”

E quindi c’è il lavoro che definisce pezzi di sé
E credo sia così per tutti, almeno a tratti
Ma a me piace anche così
Un po’
Almeno

Imparare a non chiedere scusa
A non contare
A non progettare a non proiettare

Ma ancora (rac)conto
Mi vesto di nero quando serve

E se insisti le cose funzionano
A patto di non insistere a vuoto

E anche se non sai come ti senti
Dove sei di preciso
Che fai
Cosa vuoi
Che cosa desideri
(O almeno ti dici di non saperlo)

Va bene lo stesso
Un po’
Almeno

[big city life]

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Reload

Le sue mani, credevo non le avrei ritrovate mai.

Le dita affusolate, le lentiggini leggere, la pelle un poco ruvida, non troppo, di rotelle di obiettivi (dimenticati, poi) e di brugole e scale, quando serve.
Il suo tocco credevo non l’avrei ritrovato, una carezza e l’istinto nei movimenti, come se fosse una storia d’amore di una vita, il palmo della tua mano, la mia schiena, le tue dita, le mie labbra.

Ho una foto delle tue mani, c’è disegnata sopra una città, e il senso di quello che ci legava è un po’ anche lì, su quella foto stropicciata e sulle tue parole dietro, scritte con un pennarello blu.

Le sue mani, credevo non le avrei ritrovate mai.

Ma nessuno è insostituibile davvero, e i tratti indispensabili che disegnamo per cogliere gli altri e ciò che rappresentano, per noi, somigliano ai tratti di altri incontri, altri momenti. Trascuriamo l’essenziale, non sappiamo qual è, l’essenziale. E ci somigliamo tutti.

Così in un luglio di tre anni dopo, ho ritrovato le sue mani, un abbraccio con i confini più vicini, ma più vero, e ho constatato che è così, nessuno è indispensabile, tutti ci somigliamo. E mi sono sentita leggerissima.

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La via più breve

Per andare dal punto A al punto B a volte sarebbe comoda una retta, una poco-curva, una geodetica se serve (che concetto prodigioso, poi).

E io invece sto imparando che i veri percorsi sono tortuosi, mischiati, nebbiosi, e certe volte prevedono che siano voltate le spalle alla destinazione d’arrivo. Necessariamente. Poi, i tornanti.

Avverto che all’improvviso l’aria è cambiata, sarà che qualcuno si è portato via il caldo intollerabile di luglio, e si può dormire in luoghi che non ti appartengono, e si può svegliarsi presto e intontiti, e fare amicizia coi vicini di tavolo al bar, facendo colazione, e stare, attraversare, non chiedere, non ridere, godere del momento, e basta.

Ho nuove persone che brillano di una vicinanza inusuale e bella, ho vecchi pezzi di cuore e braccia e anima che mi girano intorno e progettano partenze, ho casa e la città che è più vera che mai.

Ho una pelle nuova sgusciata dalla mia scorza protettiva, un nuovo senso del tempo e delle attese, la prospettiva dei saggi, ma solo un po’. E l’impazienza dei bambini. Sarà che ho un nuovo apparecchio ai denti.

(Amore mio, è arrivata l’estate)

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