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Geografica

Manca poco al compiersi di un mese nella nuova città dove abito, lavoro e cammino, lontana ma non troppo. 

E finalmente capisco perché non riesco a farmi conquistare dai glicini sulle pareti delle case, dalle oche di legno e le tazze da caffè di bambù colorate a pastello.

Sono tutti strati che mi separano dall’anima di questa piccola città.

Non la colgo, o forse sì, ed è ricca e certosina, non mi fa sentire libera e mi fa anche un po’ paura.

Da una piccola città benestante e ordinata sono scappata dieci anni fa. Allora non capivo, non lo usavo nemmeno, il verbo scappare, mi destabilizzava, sapeva di tradimento. (L’ho capito tanto tempo dopo, seduta su una poltrona di finta pelle, nel quartiere più pulito del centro di Roma). Ironico, persino. 

Questo tipo di bellezza, quella delle orchidee e dei cigni nei laghetti, sa di finzione, per me. 

Io ho bisogno di incontri “a brutto muso”. Ho bisogno del cibo, del caldo, del sud. Più di così, se non altro. E non voglio fare la persona chiusa. Sono grata e ci provo, promesso. Ma anche ascoltare i propri desideri senza seppellirli sotto ad un mucchio di buste paga è importante, se si può concedersi il lusso di farlo. 

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Switzer la la land

This is it. 

Ho preso quel volo e caricato tanti bagagli. Le lacrime in aereoporto e il “che cosa ci faccio qui?” di sottofondo per tutto il giorno uno. 

La nostalgia canaglia, quella ancora non è arrivata.

Ma lo so che mi mancherà tutto 

Le tue braccia
La mia scrivania
I pomodori
Il lavoro
Te

E cerco di immaginare i modi possibili, che forse li troviamo

Sometimes you need a challenge

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Coraggio (e occhi bendati)

La verità è che certe decisioni non si possono prendere senza strappi. Soprattutto se perturbano una quotidianità che mi somiglia tanto, forse più che mai. Saranno i trenta dietro l’angolo o i traguardi che stanno sopraggiungendo senza che li abbia metabolizzati completamente. 

Sarà che questo nostro è un grande amore. Non di quelli nascosti o idealizzati, un amore di sveglie la mattina quando hai sonno, disordine, lavatrici rotte, stanchezza e qualche ansia di sottofondo. Ma anche di successi condivisi e piani da non pronunciare mai (neanche sotto tortura): uno vero, in effetti. Un amore che mi protegge e mi riscalda, comunque. 

Quella dei treni che passano una volta sola è senza dubbio una visione retorica della vita, ma ogni tanto capitano delle opportunità da cogliere. E dunque si parte. Anche se per poco (quanto è poco?), si cerca una nuova casa, si parla una lingua che avevo quasi dimenticato, si guardano nuove cartine, ci si preoccupa oltre la soglia di guardia (io sono fatta così). 

Non andrà tutto bene, ma alla fine andrà bene. 

Finalmente, ho fiducia. 

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Foggy

Partiti da lontano
E di colpo arrivare
Ad essere contenti
Ma il colpo era forte
E le note non erano giuste
E senza vincere niente
Senza partecipare
Rincorriamo le notti
E torniamo a dormire
E le mani più grandi
Dei tuoi sogni dispersi
Dentro cassetti vuoti milioni di versi

Un anno pieno è agli sgoccioli, ma cose importanti devono ancora succedere o stanno succedendo ora, a qualche centinaio di chilometri da qui. 
Un’altra volta su un treno, attraverso la mia pianura, e ho le lacrime agli occhi, mi bruciano. (Cambio di soggetto, oggettivo).

Doveva essere un Natale di letargo e invece no, ancora a spaventarsi (non troppo, si dirà), ancora nei giallini corridoi d’ospedale del nordest. Ancora ad esser roccia ed avere bisogno di scivolare via. Felice del ruolo ma stanca, stanchissima. Dicevo “qui si lamentano tutti di questo anno di merda e io invece mi sento grata”, ed è ancor più vero ora. 

E ho passato la vigilia a piangere senza riuscire a fermarmi, di fronte a uno di quei film di Natale degli amori incompresi e le occasioni perdute. Forse era sollievo, che sennò altro che piangere, mi sarei incazzata da morire. 

E parte il treno dalla mia stazione, e in un attimo siamo nella campagna nebbiosa, con quel sole pallido, e i filari d’alberi, e mi si annebbia la vista e piango un po’. Sollievo ancora, e paura di perdere, che cerchiamo di convertire in prospettive e modi più costruttivi per me, per noi, per tutti. Perché è così che si va avanti. 

Ci ricorderemo i regali di Natale con niente in cambio, le vicinanze inattese, chi supera gli ostacoli e pure chi cementa le barriere. Ma noi costruiamo le tribù. La mia è altrove da questo orizzonte piatto, altrove dai luoghi dove sono cresciuta, e forse per questo mi lascia respirare. 

Ed è confortante, a volte, che la storia si ripeta. 

Buon anno. 

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Learn to fly

A te che dici che l’entusiasmo ti fa schifo
Un po’ lo so lo immagino

Che la vita le cose il caso ti hanno rovinato le felicità possibili

Ti ci vedo a fare finta di niente 
Ad essere quello che con la fiducia e un amore strano e storto (come tutto)
Teneva in piedi la baracca 
Ti ci vedo a veder franare tutto e a dire che la vita è così
E non poter piangere perché sei razionale
E oltretutto, un maschio

A me che penso con gioia alle mie giornate 
E sto riempiendo il cassetto di sorrisi per quando girerà peggio

E’ capitato anche a me di avere qualche felicità in cocci

Ma ci ricostruiamo
Anche se non mi è chiaro come
Funziona 

Forse la risposta è che il limite è sempre
Molto più lontano di quel che si crede

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Beginners

Dei filtri, 
Dei non detti,

Del presente informe del futuro incerto
Del caldo che ci scioglie e addensa i pensieri
Come melassa 

Di me che imparo tutto velocemente
Tranne come si smette di essere spaventati
E se c’è un modo non ho capito

Mettiamo (pochi) punti 
E proseguiamo
Chissà se da questa strada si arriva al mare?

What do you want was never answered then some things were handed out
We got weird and fake instructions but somehow we planned around

Oh, then we got all nervous, baby, I don’t have the heart like you
And so we listened now if nature were just loud enough and ran
And I know I shouldn’t be here but I want to be your man
Suddenly I’m lost but I just want to be a part of true

So suddenly we are gone
Looking out for some wave
You and I, we belong on these wild and wonderful trails

You’re just a singer wanting silence, I just have illegal thoughts
I will kill you if I take you but now this is not enough
Oh there will be a moment when I ask you to believe in love

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Last time I felt this way

Calpestare ricercare
Arrabbiare increspare
Ridere desiderare
Abbracciare spaventare

Felpa piumone
Lacci sapone
Caffè sigarette
Iphone cocacola

Stranezza
Curiosità
Sicurezza
Tenerezza
Nostalgia

E finestre aperte
E porte, e portoni

A un passo dal possibile
A un passo da te

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A Sunday kind of love

Ci siamo innamorati durante l’inverno più caldo degli ultimi vent’anni.
Non l’abbiamo detto ed è andata così, un ripiegarsi di distanze e le stesse note di incredulità e paura.

E io non mi guardavo più allo specchio, ma penso che se avessi potuto, se l’avessi fatto, ci avrei visto i miei sorrisi da bambina in un negozio di cioccolatini.

Dicevamo il contrario di quel che era, e c’erano giorni e desideri e la naturalezza di un’intimità che già conoscevamo.

Era l’inverno più caldo degli ultimi vent’anni, non ne avevo memoria, ma forse era quello il motivo della gioia.

Il primo giorno di primavera era notte alle otto di mattina
Gli uccellini cantavano
Io mi ascoltavo per la prima volta
E non era mai stato così difficile
E insieme così facile

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Quello che rimane

C’è questa voglia di provare nonostante tutto
C’è la fatica e la rabbia e ci sono tanti freni
Ma c’è un po’ di gioia incastrata in questa vita
(Anche se ce ne servirebbe un’altra)

Mi ricordo le sensazioni, le ripenso
Mi rimane qualche domanda

Ma la causalità, non è solo che non c’è
E’ che certe volte è proprio sbagliato ricercarla

Cerco la poesia anche nel profumo di ammorbidente
(un po’ la trovo)

E nel sole nel caffè e nei finali giusti
Un po’ inaspettati
Ma che mi fanno sorridere in quella concretezza che è vera più del resto

E poi c’è sempre Roma

“Ma sai, io… io pensavo che un grande amore fosse un grande amore”
“Oh si, certo. Ma ormai erano cose passate”

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En pure

Per spezzare i circoli viziosi a volte basta fare un passo indietro.
Faccio i conti con le trappole per un’ora a settimana (oltre che sempre) e per tutto il tempo nel frattempo c’è quel verbo bellissimo che è barcamenarsi. La cui accezione approssimativa è (almeno nel caso in esame) estremamente liberatoria e illuminante.
E sarò proattiva. Ché tra il difendersi e il pensarsi sempre in difetto c’è tutta la differenza del mondo.

Che aspettare qualcosa di buono non somiglia a non sorridere sovrappensiero. Anzi, è quasi la stessa cosa.

Accorcio la lista dei “da fare” e se farà paura, se farò paura, andrà meglio dopo un po’.
Sono fortunata.

[E forse alla fine si capirà che avevo solo contato male.]
Guarda che sole c’è.

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