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Last time I felt this way

Calpestare ricercare
Arrabbiare increspare
Ridere desiderare
Abbracciare spaventare

Felpa piumone
Lacci sapone
Caffè sigarette
Iphone cocacola

Stranezza
Curiosità
Sicurezza
Tenerezza
Nostalgia

E finestre aperte
E porte, e portoni

A un passo dal possibile
A un passo da te

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Don’t let the system get you down

Lo so che l’ho già detto
Ma con la metro
Ottobre la luce le scadenze di lavoro
La pioggia a volte
Ma fa ancora caldo
(E va bene anche come metafora)

Navighiamo su questo inizio autunno
Chiededoci che cosa vuol dire essere innamorati adesso
Ma non è che è successo e non me ne sono accorta?

“È che ho avuto un’illuminazione. Io se uno mi vede credo di essere innamorata di lui”
“Non sei in analisi tu, eh”

E quindi c’è il lavoro che definisce pezzi di sé
E credo sia così per tutti, almeno a tratti
Ma a me piace anche così
Un po’
Almeno

Imparare a non chiedere scusa
A non contare
A non progettare a non proiettare

Ma ancora (rac)conto
Mi vesto di nero quando serve

E se insisti le cose funzionano
A patto di non insistere a vuoto

E anche se non sai come ti senti
Dove sei di preciso
Che fai
Cosa vuoi
Che cosa desideri
(O almeno ti dici di non saperlo)

Va bene lo stesso
Un po’
Almeno

[big city life]

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Pinocchi

Dicono che l’autoironia la devo dismettere.
Ché forse son quei momenti in cui hai davanti due strade: o chiedi per te o lasci passare, ridi, ti metti da parte.
Io neanche a dirlo, che prediligo. Se non chiedi nessuno nega, se non pronunci, se non definisci i confini, nessuno soffrirà, magari tu, ma nemmeno troppo: in fin dei conti, hai scelto. Non ti sei mica lasciata accadere, tu.

Scorrettamente disegni prigioni, e ti ci siedi, obbediente.

Ma in qualche storia Pinocchio era rimasto un burattino, e Cenerentola ballava scalza in mezzo alla gente.

E se c’era lo spazio per tutti, c’era anche per te.

Quindi lo dico:
Ti voglio bene ma non ti amo
Vorrei passare del tempo con te
Forse ho sbagliato (ma forse no)

E andrà bene uguale
O magari anche meglio, eh.

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Learn to fail

Imparare a fallire, numero 41.

Nella lista che deve essere di centouno. De-si-de-ri, per trovarci me.
Ho compiuto ventisette anni in un giorno di sole, di Roma bellissima (è Marzo, è marzo), e non ho avuto candeline, quindi il mio desiderio in eccedenza avrà il posto numero quarantuno.

Ho immaginato possibilità nuove, regalate da questo volar basso che mi concede, a tratti, di allontanarmi dal seminato, dal dover piacere, dal dovere e basta, per evitare di pagare il prezzo dell’allontanamento, della mancanza, dell’esclusione.

Sto capendo molte cose, non c’è che dire. Sto individuando le nervature e gli incroci che volevano essere protezione e sono diventate gabbia. Nicchia, casa, ma recinto, gabbia.

Nessuna pretesa, “facciamo i normali”. Andiamo a ballare e sediamoci ai tavolini del bar, al sole, per fare colazione.

E accorgiamoci che manca solo una cosa da concederci, Claudia.
Imparare a fallire.

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