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Try to walk away and I stumble

La scena (o sinonimi della -) 

Ovvero, quella necessità di appartenere. 

Il bisogno di essere accettati, la ricerca dell’identità, che sembra sempre (e forse è) costruita grazie ai riflessi. Lo specchio, l’altro, gli altri. 

Così è per me e per chi spara a Monaco, così era da giovani e credevo avrebbe smesso di essere, ad un certo punto, e invece mi sembra di no, mi sembra solo che più cresci e più sei bravo a nasconderti. 

Ma tutto sommato non mi dispiace questo gioco di regole: bastava capirle, e quanta fatica, e mi domando che pensano gli psicologi, come si sentono, se è facile con tutti uguale, oppure no (e sarà no, inevitabilmente). 

E conosco il piccolo G. che ho visto in foto dal suo primo minuto, e calpesto il mio spazio senza imporre il mio ruolo, complice la mia bella amica bionda che accorre in mio soccorso quando serve. 

E ho un po’ di fiducia che ancora una volta (per fortuna) è ben riposta. 

Vinco un concorso e mi sveglio con un abbraccio. Sia benedetto il condizionatore, e anche la vita, che sembra ci si metta di punta ad insegnarti tante più cose quante più pensavi di averne capite.

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Oltreoceano

Come spesso osservato, dichiarato e (non di rado, ma misuratamente) sperimentato, della libertà si fa esperienza camminando per strade a volte ritorte e impreviste. Altre volte, invece, le strade son dritte come fusi, come le traiettorie di voli intercontinentali, e si scopre dell’influenza della corrente del Golfo (o chi per essa) sul fatto che i ritorni siano (sembrino?) sempre più brevi delle andate. 

Si trova il senso della verticalità stando sulla cima di un grattacielo, il senso di potenza, non riesco a demistificare tutta questa meraviglia, faccio pure guerrilla marketing, se dite, mi scuso, compagni. 

Perché questa è newyorkcity, e me la sognavo da ragazzina, e quella pianura infinita che si vede alzandosi con l’aereo e invece dei colli c’è Wall Street, quella è la misura dei miei passi avanti. 

Scrivo cartoline dicendo “sono felice”, così se casca l’aereo, ma che ne sai. Mi concedo dodici ore di beata incoscienza. Non voglio essere come gli altri, ma un po’ sì. 

Queste strade le avevo viste sul divano di casa con l’amoremio, meraviglie di gugol, non scriviamolo nemmeno che poi sai i login, la riservatezza, avevo paura di te che hai paura di soffrire, e sei uguale a me  che per non dirla così banale ci metto una bella vernice razionale e dichiaro i giusto e gli sbagliato. E invece siamo qua che non smettiamo di sorridere. Che scemi.

E ti mando le foto e mi sembra che ci sia anche tu, in quei momenti in cui mi illudo che il mio americano migliori, in cui mi oriento tra strade ortogonali e miracolosamente cedo al pilota automatico, mi dimentico tutto, e forse davvero sono un po’ più libera. 

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Berlin sunrise

Quando parti e non te ne rendi conto
Con un fare sprovveduto
Senza guardare la mappa né portarti dietro cose di prima necessità
Forse senti che stai andando in un posto che in qualche strano modo
Senza motivo apparente
E’ un po’ casa

Berlin Berlin
Le strade le persone le cose
Gli amici
Il lavoro e i premi
E la nostalgia
Un po’
Ti telefono se vuoi
Col roaming europeo
E sembra una canzone
Sorrisi, sorrisi

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Anyway

Life goes on
And that would happen anyway

Per questo celebro la gioia
Sentirmi sempre stanca
E lo stesso avere tantissima voglia di fare
La libertà di arrabbiarmi sapendo che le cose si aggiusteranno
Mangiare cioccolata per alzare la pressione

Tu che dici una cosa e fai il contrario
Arrivare alla conclusione che si deve non parlare
Perché voglio fare un pezzo di strada con te
E ci saranno i fiori
E ci saranno giacchetti azzurri
E ci sarà lo spazio per i progetti – anche se non lo diciamo
Per quelli da sola e per quelli in due.
E anche per quelli in cento
E tu mi terrai per mano nella folla sconosciuta e familiare
Ed è una fortuna
E quello che più somiglia alla mia idea di felicità

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All the pretty things that we could be

Giorni che sì,
giorni che no.

Se son felice non scrivo, rido, mi lascio prendere dalla frenesia.

Primavere e concessioni

Penso che quando le cose cominciano ad assumere tutte le sfumature, e a non esser più solo bianche e lucenti, quando comincio ad osservare e mettermi in discussione senza pensare di mandare la partita a monte, in quel momento lì, siamo all’inizio della realtà.

Ed è bellissimo

Nonostante il mio sentirmi stropicciata, il mio piacermi “quasi” e “poco” o “non ancora” (perché citiamo tutti Concita di questi tempi? Vuol dire forse che il suo lavoro ci stava).

Nonostante il nostro non combaciare che scompare quelle (poche) volte che non siamo solo io e te.

Nonostante lo smarrimento, le strade per il futuro che si perdono nella nebbia. E la fiducia che sarà forse malriposta. Ma ogni tanto fidarsi serve.

Ecco, ogni tanto fidarsi serve.
Buona primavera.

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Walkin’ with a fortune teller

È forse nell’assenza che la forma ha la sua più precisa definizione
È nel vuoto e nella pausa che si distingue il vero spessore
Ed è quando non ti vedo che assumo che tu ci sia
Anche se non distinguo bene i contorni delle immagini

C’erano momenti in cui sentivo il rumore delle fontanelle
In cui descrivevo certe luci ed un certo colore
Non davo un nome alla mancanza
Ma certificavo la mia precisa posizione

Ora no
Ora non so
E che bel regalo questo, mio essere gentile,
Con i silenzi e lo smarrimento che non svanisce
Così normale e così magico

I opened up I let you in
I’m walking with a fortune teller
I can’t see my own way home
But I don’t like this dark road any more
And I don’t wanna be alone for long

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Last time I felt this way

Calpestare ricercare
Arrabbiare increspare
Ridere desiderare
Abbracciare spaventare

Felpa piumone
Lacci sapone
Caffè sigarette
Iphone cocacola

Stranezza
Curiosità
Sicurezza
Tenerezza
Nostalgia

E finestre aperte
E porte, e portoni

A un passo dal possibile
A un passo da te

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