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Anyway

Life goes on
And that would happen anyway

Per questo celebro la gioia
Sentirmi sempre stanca
E lo stesso avere tantissima voglia di fare
La libertà di arrabbiarmi sapendo che le cose si aggiusteranno
Mangiare cioccolata per alzare la pressione

Tu che dici una cosa e fai il contrario
Arrivare alla conclusione che si deve non parlare
Perché voglio fare un pezzo di strada con te
E ci saranno i fiori
E ci saranno giacchetti azzurri
E ci sarà lo spazio per i progetti – anche se non lo diciamo
Per quelli da sola e per quelli in due.
E anche per quelli in cento
E tu mi terrai per mano nella folla sconosciuta e familiare
Ed è una fortuna
E quello che più somiglia alla mia idea di felicità

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All the pretty things that we could be

Giorni che sì,
giorni che no.

Se son felice non scrivo, rido, mi lascio prendere dalla frenesia.

Primavere e concessioni

Penso che quando le cose cominciano ad assumere tutte le sfumature, e a non esser più solo bianche e lucenti, quando comincio ad osservare e mettermi in discussione senza pensare di mandare la partita a monte, in quel momento lì, siamo all’inizio della realtà.

Ed è bellissimo

Nonostante il mio sentirmi stropicciata, il mio piacermi “quasi” e “poco” o “non ancora” (perché citiamo tutti Concita di questi tempi? Vuol dire forse che il suo lavoro ci stava).

Nonostante il nostro non combaciare che scompare quelle (poche) volte che non siamo solo io e te.

Nonostante lo smarrimento, le strade per il futuro che si perdono nella nebbia. E la fiducia che sarà forse malriposta. Ma ogni tanto fidarsi serve.

Ecco, ogni tanto fidarsi serve.
Buona primavera.

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Walkin’ with a fortune teller

È forse nell’assenza che la forma ha la sua più precisa definizione
È nel vuoto e nella pausa che si distingue il vero spessore
Ed è quando non ti vedo che assumo che tu ci sia
Anche se non distinguo bene i contorni delle immagini

C’erano momenti in cui sentivo il rumore delle fontanelle
In cui descrivevo certe luci ed un certo colore
Non davo un nome alla mancanza
Ma certificavo la mia precisa posizione

Ora no
Ora non so
E che bel regalo questo, mio essere gentile,
Con i silenzi e lo smarrimento che non svanisce
Così normale e così magico

I opened up I let you in
I’m walking with a fortune teller
I can’t see my own way home
But I don’t like this dark road any more
And I don’t wanna be alone for long

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Last time I felt this way

Calpestare ricercare
Arrabbiare increspare
Ridere desiderare
Abbracciare spaventare

Felpa piumone
Lacci sapone
Caffè sigarette
Iphone cocacola

Stranezza
Curiosità
Sicurezza
Tenerezza
Nostalgia

E finestre aperte
E porte, e portoni

A un passo dal possibile
A un passo da te

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When we’re older, can I still come over?

Un anno ancora
Rubo le parole
I pensieri le canzoni
Le visioni
L’oscurità
(Anche quella
che se non rubi tutto non puoi dire d’aver visto niente)

“Certe cose le capisci solo…”
“Stando insieme?”
“Mischiandosi un po’, direi. Almeno”

La chiamano realtà
Questo caos legale
Di dubbi e opportunità
Questa specie di libertà

Così appesa a un filo
Mi taglio i capelli e non li faccio blu

Quasi non mi accorgo di essermi abituata
Alla presenza
Ad un essere gentile
Sempre
Ad un abbraccio appena sveglia

E poi questa tenerezza che a tratti si legge negli occhi
La ricordo narrata nelle parole di altri
Anche troppo
La ricordo
Perché tu non parli
Mai
Ma ci sei

“Come sta? La vedo benissimo”

E mi svegli con il primo messaggino a mezzanotte
Che l’hai capito un po’ quello che per me è importante
E non ci somigliamo
No
Noi no
Ma forse sarà meglio così
Cose nuove
Tantissime cose nuove

E chi ricompare e promette regali lontani
Chi mi somigliava tanto
Chi è tossico e dipendente
Ma ha sempre un pezzo del mio cuore
Conferma solo ciò che pensavamo
E va bene così

Piove sui campi da tennis vicino all’Arno
Li guardo passare
E sono felice

(Dottoressa che significa?)

Happy birthday to me

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A Sunday kind of love

Ci siamo innamorati durante l’inverno più caldo degli ultimi vent’anni.
Non l’abbiamo detto ed è andata così, un ripiegarsi di distanze e le stesse note di incredulità e paura.

E io non mi guardavo più allo specchio, ma penso che se avessi potuto, se l’avessi fatto, ci avrei visto i miei sorrisi da bambina in un negozio di cioccolatini.

Dicevamo il contrario di quel che era, e c’erano giorni e desideri e la naturalezza di un’intimità che già conoscevamo.

Era l’inverno più caldo degli ultimi vent’anni, non ne avevo memoria, ma forse era quello il motivo della gioia.

Il primo giorno di primavera era notte alle otto di mattina
Gli uccellini cantavano
Io mi ascoltavo per la prima volta
E non era mai stato così difficile
E insieme così facile

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Quello che rimane

C’è questa voglia di provare nonostante tutto
C’è la fatica e la rabbia e ci sono tanti freni
Ma c’è un po’ di gioia incastrata in questa vita
(Anche se ce ne servirebbe un’altra)

Mi ricordo le sensazioni, le ripenso
Mi rimane qualche domanda

Ma la causalità, non è solo che non c’è
E’ che certe volte è proprio sbagliato ricercarla

Cerco la poesia anche nel profumo di ammorbidente
(un po’ la trovo)

E nel sole nel caffè e nei finali giusti
Un po’ inaspettati
Ma che mi fanno sorridere in quella concretezza che è vera più del resto

E poi c’è sempre Roma

“Ma sai, io… io pensavo che un grande amore fosse un grande amore”
“Oh si, certo. Ma ormai erano cose passate”

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New year.

C’è quella scena finale di Harry ti presento Sally, quella in cui lui corre e corre e corre e arriva alla festa dove lei, capelli cotonati (che solo Meg ci poteva stare bene lo stesso, con quei capelli lì) e sorriso triste balla con un tizio a caso, e lui la trova e dibattono sulla canzone e poi lui le dice quella cosa del resto della tua vita con qualcuno.

Ecco quella scena l’ho molto pensata in queste passate settantadue ore, che come mi hanno detto di recente questo lessico che usi te nessuna persona normale lo usa, il verbo amare lo coniugano solo nei film. Che poi i film anglosassoni mica si espongono così tanto, love è diverso da amare, diceva la mia prof del liceo, o almeno può esserlo.

E così stai sempre ad esternare, e io mi difendo, e argomento che chiamar le cose con il loro nome sarà cosa da bambini che mi ha fatto faticare nell’adolescenza emarginata, ma son sopravvissuta pure senza fumarmi le canne nei circoli in cui tutti lo facevano, figurati se ci rinuncio ora. E quindi capitolano e dicono no io una come te l’ho conosciuta tempo fa, era strana, ci stavo insieme. E io rido un po’.

Decido per onorare l’anno pari di non frenare gli slanci anche se non son sicura, ché chi non ha mai avuto dubbi non ha mai fatto nulla (forse), ché volevo dire meno parolacce, meno “comunque” e fare l’amore di più. E poi, abbiamo chiuso porte vecchie e logore e tristi anche se bellissime. Ed è il momento di aprire le finestre.

E quindi anche se non me lo immagino, io, il resto della vita, ho raccolto tutte le carezze non date, i baci nell’aria, il desiderio a segni alterni, ho messo in discussione l’interpretazione di gesti sbagliati e pianti incomprensibili del giorno dopo. Ho trovato il coraggio di cancellare molte cornici e molti recinti e anche un po’ di paura. Era pure capodanno. Ed è stato bellissimo.

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You don’t think before you jump

C’è chi lo sa fare, di non fare programmi.
Di vivere alla giornata, di cogliere il meglio.
Io ho la pianificazione nelle fibre del corpo (genetica o epigenetica? Questo il dubbio), e di sicuro con l’incoscienza non sono a mio agio.

Così come coi recinti: non mi piace mettere i paletti e finisco per lasciar passare tutto e tutti, schiacciandomi per farmi bastare lo spazio che resta. Ma nei recinti da me per me, in quelli sono anche troppo brava a stare.

Non sono brava a tenere i fili col passato, e la pianura padana, che tanto amo guardare dal finestrino, mi soffoca dopo pochissimo (specie in questi giorni, che la nebbia e lo smog e la siccità signoramia). Sul treno ricomincio a sorridere, e mi accorgo dei ruoli che attribuiamo ai luoghi più che alle persone. Ma così va quasi bene, spero.

E così vorrei augurarmi queste cose, per l’anno nuovo. Una lieve incoscienza, per lasciarmi accadere tutte le cose belle e impreviste possibili. Un abbraccio che contiene, che l’amore non mi soffochi. E fare pace con le radici, lasciar andare ciò che ero. (Per dire anche, senza sentirmi una sradicata, io alla cena dei dieci anni dal diploma non ci vengo).

Le zavorre le abbiamo salutate con la mano da lontano, anche se mancano un po’.
Qualche no l’abbiamo detto.
Si può dire un bilancio discreto, tutto sommato.
Possiamo cambiare calendario.

Buon anno.

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Qui ed ora

Il sole
Il freddo
I sorrisi
La metro che parte e lui che fa ciao con la mano.

Una piazza nuova mi aspetta

Riprendere pezzi di me, prima di decidere con chi condividerli.

L’amore degli altri mi basterà.

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