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Pinocchi

Dicono che l’autoironia la devo dismettere.
Ché forse son quei momenti in cui hai davanti due strade: o chiedi per te o lasci passare, ridi, ti metti da parte.
Io neanche a dirlo, che prediligo. Se non chiedi nessuno nega, se non pronunci, se non definisci i confini, nessuno soffrirà, magari tu, ma nemmeno troppo: in fin dei conti, hai scelto. Non ti sei mica lasciata accadere, tu.

Scorrettamente disegni prigioni, e ti ci siedi, obbediente.

Ma in qualche storia Pinocchio era rimasto un burattino, e Cenerentola ballava scalza in mezzo alla gente.

E se c’era lo spazio per tutti, c’era anche per te.

Quindi lo dico:
Ti voglio bene ma non ti amo
Vorrei passare del tempo con te
Forse ho sbagliato (ma forse no)

E andrà bene uguale
O magari anche meglio, eh.

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Propositofobia

Sei pronto a fare in modo che le tue paure si mettano al tuo servizio invece di logorarti.

L’ha detto R.B. ai Pesci, e io l’ho letto domenica mattina, da una fotocopia appesa in un bar brutto con i cornetti buoni. Quanto tempo è passato dall’ultima volta che ho fatto colazione al bar con qualcuno?

Le prospettive cambiano solo per una concessione, che mi sono fatta e che in parte, forse, rientra in quella riga corsiva. Quella delle paure, che non logorino più, d’ora in avanti. E che in parte rientra nella categoria delle succulente tentazioni dell’oroscopo del Cancro (toh). Che si sa che gli oroscopi sono gli specchi psicologici dei poveri (anche di chi dallo psicologo ci va, mi sa), quindi vediamoci quel che ci va, vediamo-ci.

Leo dice che la sua psicologa diceva i tempi dell’analisi spesso non coincidono con i tempi della vita. E io cerco di vederci del vero.

Perché sono sempre lì, a girare intorno alle stesse persone, alle stesse mani, agli stessi baci.
Quindi ho deciso così. Il proposito è aprire porte nuove, senza imporsi di chiuderne di vecchie.

Non ce la faccio, a chiudere porte. C’è tanto che cambia, troppo, amici che partono, nuovi status, chi si sposa, chi prende casa. E si sta, davanti a bicchieri di vino rosso (prendiamo il Primitivo, che costa meno) a disquisire sulla definitività di progetti (un cane è più definitivo di un mutuo, infine). Si sta, a scambiarsi messaggini cercando il distacco che non arriva mai, ma sorridendo perché lunedì mattina mi son detta, per la sesta volta in serie, oggi inizia il mio luminoso futuro dottorante. Ma stavolta, forse, è stato un po’ vero.

Mattoncini in fila, mi rialzo in piedi, in un modo o nell’altro. C’è del bello, a guardar bene.

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Ignatia

(si canti come Rino Gaetano)
le feste di laurea
i pronti soccorsi
telefonate
inutilità
la leggerezza
niente Parigi
venti ore di sonno
pioggia a go go
la nostalgia
lacrime a caso
poi un rimedio
la serenità
(sì, era un loop di Aida)

Sono successe tante cose, una nube grigia di malessere fisico ed emotivo mi ha avvolto e affogando non trovavo neanche il modo di scrivere. E dire che, in genere, lo trovo rigenerante. Non so se sia stato il rimedio titolante (che poi, quant’era bella quella canzone di Fossati, quando la ascoltavo), ma ho pianto tanto e mi sono tolta un po’ di zavorre, c’è tutto diritto davanti, tutto possibile, strade che si aprono piano, ma con la frenesia dei progetti nuovi.

Ci sono state le feste di laurea, l’allegria forzata che poi mi ha contagiata ed è diventata vera, l’amore nell’aria, la straordinaria sensazione che provo ogni volta che l’egocentrismo mi è pubblicamente concesso e sfocia nel prevedibile invaghimento collettivo dell’oggetto dei festeggiamenti. E’ tutto aperto. L’uomo dai ricci grigi ha detto io ti voglio felice causandomi l’istantaneo istinto di dargli un pugno in faccia, perché quando non stai bene fisicamente poi ti senti anche fuori posto e non controlli le reazioni. Ma poi si è preoccupato per me, e io ho ricominciato a vedere tutto un po’ più azzurro. E in mezzo a questa pioggia pare già un gran risultato.

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Idilli

Decidere la vita in tre settimane, alla mercé di chi ti giudica, fa schifo.

Fare esami farlocchi, per cui non hai speranza e la commissione, per giunta, ti è avversa, fa schifo.

Accorgersi ad un tratto che il tuo sex appeal ha smesso di marciare al tuo fianco (verso grandi traguardi…?) ma ad un certo punto, semplicemente, si è voltato se se n’è andato per i fatti suoi, fa quasi altrettanto schifo.

Quindi non me ne voglia il karma se oggi ho comprato un amaro per una cena tra amichetti, e quando il farmacista che mi ha venduto il collirio (ho anche l’orzaiolo, n.d.r., perché il mio corpo sta per dire basta allo stress) ha sbagliato con il resto, regalandomi dieci euro e, metaforicamente, l’amaro suddetto, non ho protestato.

Passerà.

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B./2 [ovvero, è bello avere un asilo]

E’ così difficile, tutto.

Sono giorni in cui mi sembra che ogni pensiero pesi quindici chili, ed è dura anche solo camminare per la strada verso casa, quand’è così.

Ci sono chiarimenti che speravo di poter tralasciare, vicinanze rinnovate che fanno piacere ma si rubano pezzi di me, così faticosamente rimessi insieme.

Piango al telefono con L. e trovo rifugio nel mio bar. Mi accolgono e mi costringono a mangiare una cosa. Mi danno da bere. Mi riflettono un’immagine diversa, di me. Una birra, un’altra. Sembra il diario di un’alcolista e invece sono solo io che cerco un modo per dimenticare le sabbie mobili, intorno.

‘E’ bello avere un asilo. Non nel senso di scuola, proprio nel senso di asilo’
‘Quando vuoi stamo qua… buona serata chicca’

C’è B. che sembra un personaggio di Verdone, a tratti. B., che lavora al bar di B.. B., che mette da parte le sue maschere burbere perché ho proprio la faccia di una che si è annientata da sola, senza che ci sia bisogno di impegno altrui. B. che è gentile con me e tanti dicono lo faccia perché mi vuole portare a letto. Ma se ci vede qualcosa, lui, oltre questa cortina di chilometri emotivi e oltre il mio sentirmi l’essere più distante e asessuato sulla faccia della terra, direi che ha almeno il diritto di fantasticarci. Che nemmeno io, ci riesco. C’è B. che se ne sta. Che mi guarda bere il mio drink dalla cannuccia gialla seduta in un angolo, sola, e mi ci lascia, sola. E non dice nulla.

In parte mi piace, questo mio esperimento di solitudine, questo spostarsi dove porta il vento, questo lasciarsi accadere. Ho imparato a stare, accantonando la sensazione di disagio che provavo, prima, ogni volta che non riconoscevo qual era il mio posto. Ho capito che non c’è davvero bisogno che ci sia, un posto. Anzi, spesso proprio non c’è (per nessuno). Quindi tanto vale smetterla con questa farsa collettiva e tornare tutti coi piedi per terra. E cogliere il buono degli incontri e degli accadimenti fortuiti.

Ad un certo punto passerà, la sensazione che si siano rubati un po’ delle mie viscere, la gioia frivola e anche gran parte della mia faccia di bronzo. Ad un certo punto. Per adesso, cerco di non pensarci.

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Suggerimenti.

Facciamo che questo è il mio specchio del bagno, visto che in genere ciò che scrivo qui lo rileggo come memorandum delle sensazioni. La scorsa settimana ho avuto questo suggerimento:

Aldous Huxley era un noto intellettuale del novecento che scrisse Il mondo nuovo, un romanzo che riflette una visione pessimista e distopica del futuro. Quando era più anziano, arrivò però a pentirsi di quanto era stato “esageratamente serio” da giovane. “Sei circondato dalle sabbie mobili, che ti risucchiano i piedi”, rifletteva, “che cercano di trascinarti giù nella paura, nell’autocommiserazione e nella disperazione. È per questo che devi camminare con passo leggero… Imparare a fare tutto con leggerezza. A sentire leggermente anche se profondamente”. Mi piacerebbe che mettessi questo consiglio in cima alle tue priorità per i prossimi dieci mesi, caro Pesci. Forse addirittura che te lo scrivessi su un pezzo di carta e lo attaccassi allo specchio del bagno.

Questa settimana, ho avuto quest’altro:

Per cominciare il tuo oroscopo, ruberò una frase da un romanzo di Thomas Pynchon: “Una rivelazione se ne sta lì tremante appena oltre la soglia della tua comprensione”. Per continuare, prenderò in prestito un messaggio che ho sognato la scorsa notte: “Un successo se ne sta lì tremante appena oltre la soglia del tuo coraggio”. Poi userò le parole che mi sembra di aver sentito mentre origliavo una conversazione in un negozio di alimenti biologici: “Se vuoi preparare un eccezionale banchetto d’amore, ti manca ancora un ingrediente”. E infine, Pesci, ti dirò che se vuoi affrettare l’arrivo di quella tremante rivelazione, conseguire quel successo e procurarti l’ingrediente che ti manca, devi imitare quello che ho fatto io per costruire il tuo oroscopo. Parti dal presupposto che il mondo intero ti stia offrendo suggerimenti utili, e ascoltali con attenzione.

A ciò aggiungo solo che cedere un po’ e uscire dalla mia corazza di ferro, quella delle grandi occasioni, quella di stringi i denti sei una macina (ma chi lo diceva, V.? Confondo i miei amori e ciò confonde me) mi ha forse evitato il crollo di nervi ma, penso, bene non ha fatto. Ho pianto ininterrottamente per diverso tempo e ho rimesso un ponte comunicativo tra me e A., cosa che, anche se appropriata, non andava fatta. Io (prima di essere una quasi ex studentessa ambiziosa e stressata) ero brava nei finali più che negli inizi, ma questo agosto mi sta smentendo. Però il fatto che si sia scusato per la sua stranezza e le sue distanze e la sua inefficienza comunicativa è stato bello. Bello sapere di non essermi sbagliata. Almeno, su di lui. Forse. Attendo la mia rivelazione. E intanto cercherò di non fare troppi danni.

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Assenze [Facebook e altre storie]

Lo so che sono anche un po’ monotona,
che parlo dei vuoti che sento e della determinazione che mi trascina, unica consolazione, in questi giorni appiccicosi, pagina dopo pagina, alla fine della mia settimana di scrittura e all’inizio della concentrazione per il primo degli ultimi sforzi.

Sveliamo un segreto dello stalking su Facebook. Io non ce l’ho, Facebook, né account finti né password di amici, amiche, ex ragazzi. Niente social per me. So che mi farebbe male, non è nelle mie corde, non mi va di rendere possibile ai più di rintracciarmi solo con nome, cognome o semplici relazioni sociali scontate, per esclusione. E so che alimenterebbe le mie tendenze comunicativamente sovraccariche. Niente social, anche se ne riconosco l’utilità, l’immediatezza e la talvolta la poesia, ma la mia rete esiste al di fuori di essi, per fortuna.

Però ci sono le assenze.

E io sto qui, in quest’estate un po’ merdosa, evitando il cibo precotto perché fa trentenne single ed è triste, crogiolandomi nella paranoia dell’alcolismo incombente in omaggio alle mie radici venete. Bevo una birretta e cerco nomi noti su Facebook, e osservo i loro segni di vita quando decidono di cambiare l’immagine copertina o l’immagine profilo, così si dice, credo.

Certe volte trovo tracce di cose che conosco, un commento di un amico, o di una cugina, come stasera. E allora prima sorrido perché mi ricordo delle presentazioni ufficiali, poi mi viene il magone, il nodo alla gola del non saprò più niente di loro, e poi mi viene la tristezza in loop perché penso di non essere stata abbastanza importante, nella vita delle mie ultime persone, per essere ricordata dai soggetti che io ricordo, spiandoli su Facebook. Gli amici e la cugina, ad esempio.

Io sono un’altra questione, io mi crogiolo nei ricordi e nelle rielaborazioni, io mi ricordo anche Fernando, quel portoghese di quella notte al campo scout (giuro, tutto vero: portoghese, una notte, campo scout). Chissà se lo troverei, su Facebook. Cla e gli interrogativi, dieci anni dopo il mondo.

Stasera è un po’ così.

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