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Poor little Finnegan

Ricominciamo con nuove fermate dell’autobus e i tram incastrati, ché sarà un anno in cui ognuno si prende i propri tempi, diciamo. Ricominciamo comprando due arance al mercato, la vitamina fa bene, d’altro canto.

Ricominciamo coi vecchi che si lamentano dei cinesi e dei bengalesi, sperando di poter fingere che sia un modo per occuparsi di ciò che è comune (“pubblico”, non lo dico più, da un po’, mi fanno venire la nausea le implicazioni di certe parole). Sperando che saremo capaci di mettere vagamente in dubbio le loro granitiche certezze sul destino nefasto del nostro Paese (il mondo globalizzato è un altrove deforme e attutito, quando devi prendere l’autobus tutte le mattine).

Ricominciamo facendo buon viso a tutti gli uomini viziati che vorrebbero determinarci presente e futuro, assumendo ruoli patriarcali senza nemmeno averci fatto dono del 50% del corredo genetico.

Ricominciamo ricordandoci che la vita è solo una questione di punti di vista. E che i soldi spesi in terapia varranno la pena. Presto, si spera.

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Spark seeker

Roma quando piove ti avvolge di pesantezza e ti fa percepire, ad un tratto, tutta la fatica metropolitana, il cercare di attraversare il fango, l’anonimato rumoroso delle periferie, la prigione quotidiana che possono essere certe esistenze, qui molto più che altrove. Che beffa, un ruolo da interpretare, in una collettività così potenzialmente diffusa, numerosa, multiforme.

C’è da ricordare chi si è, nella pioggia, c’è da rispondersi concretamente alle domande sulle direzioni e sulle prospettive. Più di quel che si vorrebbe, più di quel che si può.

Chi ha visto la mia anima, davvero? Quante persone ne hanno colto i tratti, misurando i non detti ingombranti di una personalità estroversa e politicamente, più che spiritualmente, votata alla condivisione?

Mi rimangono le strade piovose e saltare le pozzanghere, e le canzoni catalogate per mood.

Io la musica son, ch’ai dolci accenti
So far tranquillo ogni turbato core.
Et or di nobil ira, et or d’amore
Poss’infiammar le più gelate menti.

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Cose da grandi

La prima volta dei viaggi di lavoro, dell’ansia da prestazione estrema e del senso di inadeguatezza tutto sommato malcelato e, a tratti, appropriato. La prima volta degli abbordi in ascensore, facciamo finta che il sonno e il poco alcool possano avere la meglio su di noi. Diabolico strumento whatsapp, che ti può ritorcere contro ogni conversazione, negare l’evidenza e tenerne prova. Torno (a casa) tutto sommato arricchita, dubbiosa, vagamente imbarazzata, felice e arrabbiata nello stesso tempo. Benvenuta nel mondo dei grandi, dove le scelte hanno delle conseguenze, ma le persone continueranno a fingere che non sia così. Benvenuta nel mondo dei grandi, dove cambiare idea comincia a diventare difficile nonostante tu abbia fatto il percorso più lineare del mondo, sinora. Benvenuta nel mondo dei grandi, dove abbandonarsi al conforto e alla sicurezza del nido familiare, o di ogni sua proiezione, è più rischioso e difficile che mai.

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Keep on moving

Comincio a inscatolare, esorcizzando il passato, rimuovendo partenze attese, nella gioia della libertà collettiva, l’unica sensata, concessa dal vivere e lasciar vivere.

Leningrado all’orizzonte, e non solo all’orizzonte. Intorno, sopra, sotto, davanti. Avvolge, la metafora giusta, promette momenti felici e modi di stare concretamente, meravigliosamente libertari.

Con N., la metafora giusta, arriva anche la pacificazione (finale?) con il mio modo di stare al mondo, che altri e altre apprezzano da tempo più di me. Non si può dire che io sia stata ferma, in questi anni, ribollendo ripensamenti nati da strappi antichi. Ma il senso dei percorsi, anche quelli compiuti in prima persona, è difficile da esplicitare, mettendo una parola dietro l’altra. A volte solo un osservatore esterno può regalare il punto di vista giusto.

Inscatolo e tossisco la polvere dei quattro anni passati qui. Questo è il posto che, più di tutti, ho chiamato casa. Ma ora mio fratello e mia sorella sono lontani, ed è giusto sperimentare altri modi, altre vie.

E mentre scrivo libri, scarpe, bricolage e altro col pennarello rosso, e amici berlinesi dicono su skype “mi sembri positiva”, sono insieme curiosa, esaltata e serena.

E’ il momento di andare avanti.

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Invul nera bile

Che sarà di noi tra qualche anno, quando le strade aperte e possibili saranno meno, quando si sarà affievolito l’entusiasmo o quella lucina chiamata speranza? Forse, penso, al calare dell’adrenalina e della fretta prenderemo tutti un bel respiro, e ci accorgeremo che quel che abbiamo scelto va bene, che di futuri possibili e vicini ce n’erano tanti e non è solo uno, quello in cui si poteva essere felici.

E intanto passiamo serate insieme per salutarci, ora che quel grande limbo di gioia, curiosità e stress che è l’università sembra essere finito, tutto ad un tratto, per tutti.

E chissà se “poi”, poi, sarà davvero peggio, o davvero meglio, forse è solo un succedersi di cose di cui uno ha paura, na cifra, ma a che serve interrogarsi troppo?

Una persona saggia (stringigli la mano, mi ha detto il mentore dai ricci grigi) una volta mi ha detto di non vivere ogni momento come se dovesse modificare ineluttabilmente il corso della mia vita. E io impaziente ho detto sì sì senza pensarci troppo, e invece aveva ragione lui. Che riesce ad essere matto e saggio nella stessa misura, come nella più nobile tradizione della follia.

Quindi passiamo serate a bere vino da bicchieri di plastica, a farci offrire la cena da visi amici (che per dire amiche proprio forse ci vuole un altro po’), ad osservare il multiforme e meravigliosamente eterogeneo groviglio di persone, affetti e memorie condivise che ci circonda, e ad essere felici per cinque minuti, un’ora o una sera. E il resto verrà, quando sarà il momento, e sarà peggio del resto dei nostri genitori, e forse sarà meno di quello che ci avevano promesso, ma in qualche modo sarà nostro, se non altro.

Invul
Nera
Bile

[p.s. Il fatto che la critica sociopolitica, sottesa e banalmente implicata da questo scritto, non sia esplicitata è da intendersi come scelta puramente stilistica. E come il titolo lascia intendere, non è che non ci sia, nella testa di chi scrive].

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I’m just a dreamer but I’m hangin’ on

‘Ti abbraccerei sempre, tutto il tempo’
‘Questo è proprio l’innamoramento’
‘Che cosa?’
‘Quando tutto diventa un po’ psicopatologico’

Cammino per le strade del mio quartiere (adesso ho un quadrante anch’io, a cui appartenere). C’è profumo di gelsomino e ci sono le coppie alla prima uscita che si siedono sulle panchine, sui muretti, e si guardano e parlano. Il mondo intorno è invisibile. La primavera è straordinaria. E gli amori sono ovunque (come noi, a guardare i treni). Forse sono io, a vederli.

Gli amori ci sono, insieme a certa rabbia e a certa ricerca della libertà, colorata e gridata oggi, in centro. Se non altro perché qualcuno rispondesse a chi vuole controllare le nostre vite e i nostri corpi.

Ricerchiamo.
Gli spazi, la leggerezza, la libertà.

‘Che hai detto amore?’
‘…’
‘Ti ho chiamato amore senza accorgermi che lo facevo per la terza volta in un’ora. Non mi controllo più’

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Somebody to be there

Tutto è blu,
il cielo, i pensieri, la mia nuova maglietta e le scarpe che oggi non metterò.

Vorrei la condivisione, il tempo, credere di più nelle cause ideali. Non avere paura. Non avere dubbi. Vorrei. E mentre mi sento un po’ scema a stare sempre ai margini, a non sopportare i tempi dilatati dell’attivismo politico, che sono una delle ragioni per cui me ne tiro fuori, continuamente, mi interrogo su cosa sia alibi e autogiustificazione e cosa sia convinzione, reale, di non appartenere a quella strada.

Ho una controparte nuova per costruire i miei ragionamenti, e questa cosa non succedeva da tantissimo tempo.

Anche questo non sapere cosa sarà, e come, e quando, anche questo è una delle cose belle di questa primavera.

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