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The Brooklyn way

Ventun gradi 
Ventun grammi (non era quello, il peso dell’anima?) 

Il sole fuori e anche un po’ dentro

Fiori rosa, un anno di più. E nello stesso giorno un bel corteo, così forte e identificativo. Una telefonata buffa, una cena carina. Un brindisi, un regalo (su tutti). 

La paura del futuro soffiata via piano, lievemente, sospinta un poco più in là. 
Andate e ritorni in giornata, proprio io che odio i viaggi. Impressioni negative e feedback che le smentiscono. 

Forse ce la faccio
Forse sì, eh

Forse ce la facciamo 

Se non altro, ci proviamo
Spread love, it’s the Brooklyn way.



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Try to walk away and I stumble

La scena (o sinonimi della -) 

Ovvero, quella necessità di appartenere. 

Il bisogno di essere accettati, la ricerca dell’identità, che sembra sempre (e forse è) costruita grazie ai riflessi. Lo specchio, l’altro, gli altri. 

Così è per me e per chi spara a Monaco, così era da giovani e credevo avrebbe smesso di essere, ad un certo punto, e invece mi sembra di no, mi sembra solo che più cresci e più sei bravo a nasconderti. 

Ma tutto sommato non mi dispiace questo gioco di regole: bastava capirle, e quanta fatica, e mi domando che pensano gli psicologi, come si sentono, se è facile con tutti uguale, oppure no (e sarà no, inevitabilmente). 

E conosco il piccolo G. che ho visto in foto dal suo primo minuto, e calpesto il mio spazio senza imporre il mio ruolo, complice la mia bella amica bionda che accorre in mio soccorso quando serve. 

E ho un po’ di fiducia che ancora una volta (per fortuna) è ben riposta. 

Vinco un concorso e mi sveglio con un abbraccio. Sia benedetto il condizionatore, e anche la vita, che sembra ci si metta di punta ad insegnarti tante più cose quante più pensavi di averne capite.

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Anyway

Life goes on
And that would happen anyway

Per questo celebro la gioia
Sentirmi sempre stanca
E lo stesso avere tantissima voglia di fare
La libertà di arrabbiarmi sapendo che le cose si aggiusteranno
Mangiare cioccolata per alzare la pressione

Tu che dici una cosa e fai il contrario
Arrivare alla conclusione che si deve non parlare
Perché voglio fare un pezzo di strada con te
E ci saranno i fiori
E ci saranno giacchetti azzurri
E ci sarà lo spazio per i progetti – anche se non lo diciamo
Per quelli da sola e per quelli in due.
E anche per quelli in cento
E tu mi terrai per mano nella folla sconosciuta e familiare
Ed è una fortuna
E quello che più somiglia alla mia idea di felicità

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All the pretty things that we could be

Giorni che sì,
giorni che no.

Se son felice non scrivo, rido, mi lascio prendere dalla frenesia.

Primavere e concessioni

Penso che quando le cose cominciano ad assumere tutte le sfumature, e a non esser più solo bianche e lucenti, quando comincio ad osservare e mettermi in discussione senza pensare di mandare la partita a monte, in quel momento lì, siamo all’inizio della realtà.

Ed è bellissimo

Nonostante il mio sentirmi stropicciata, il mio piacermi “quasi” e “poco” o “non ancora” (perché citiamo tutti Concita di questi tempi? Vuol dire forse che il suo lavoro ci stava).

Nonostante il nostro non combaciare che scompare quelle (poche) volte che non siamo solo io e te.

Nonostante lo smarrimento, le strade per il futuro che si perdono nella nebbia. E la fiducia che sarà forse malriposta. Ma ogni tanto fidarsi serve.

Ecco, ogni tanto fidarsi serve.
Buona primavera.

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A Sunday kind of love

Ci siamo innamorati durante l’inverno più caldo degli ultimi vent’anni.
Non l’abbiamo detto ed è andata così, un ripiegarsi di distanze e le stesse note di incredulità e paura.

E io non mi guardavo più allo specchio, ma penso che se avessi potuto, se l’avessi fatto, ci avrei visto i miei sorrisi da bambina in un negozio di cioccolatini.

Dicevamo il contrario di quel che era, e c’erano giorni e desideri e la naturalezza di un’intimità che già conoscevamo.

Era l’inverno più caldo degli ultimi vent’anni, non ne avevo memoria, ma forse era quello il motivo della gioia.

Il primo giorno di primavera era notte alle otto di mattina
Gli uccellini cantavano
Io mi ascoltavo per la prima volta
E non era mai stato così difficile
E insieme così facile

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Quello che rimane

C’è questa voglia di provare nonostante tutto
C’è la fatica e la rabbia e ci sono tanti freni
Ma c’è un po’ di gioia incastrata in questa vita
(Anche se ce ne servirebbe un’altra)

Mi ricordo le sensazioni, le ripenso
Mi rimane qualche domanda

Ma la causalità, non è solo che non c’è
E’ che certe volte è proprio sbagliato ricercarla

Cerco la poesia anche nel profumo di ammorbidente
(un po’ la trovo)

E nel sole nel caffè e nei finali giusti
Un po’ inaspettati
Ma che mi fanno sorridere in quella concretezza che è vera più del resto

E poi c’è sempre Roma

“Ma sai, io… io pensavo che un grande amore fosse un grande amore”
“Oh si, certo. Ma ormai erano cose passate”

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Che poi era tanto tempo

Che poi era tanto tempo
Dormire insieme e i dubbi e la colazione e il caldo e le coperte

Che poi era tanto tempo
Sapere delle cose di te, e condividere e pensare
Alzare il termostato e togliersi il maglione, solo per stasera, solo per stasera.

Era da tanto
Proiettarsi in universi che non sono miei
E avere una paura viscerale
E perdere la trebisonda, forse, un po’

Che poi pensandoci bene le sensazioni sono sempre quelle
La strizza e il mal di stomaco e i sorrisi a caso
Vedere cose che combaciano e cose che non c’entrano niente e chiedersi come sarà

Folletti e sneakers di marca
E vicinanze e abbracci e incroci

Io non li vedo, i futuri possibili
Ma vedo presenti pieni di sole
No drama, ché abbiamo deciso così.

E non ci ero più abituata.

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10 gennaio 2016 · 5:25 pm