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Aiuto, affogo.

Mi hanno detto che non devi nuotare quando hai i pensieri.
E dire che se sono arrabbiata funziona benissimo. Una bracciata dopo l’altra, mi si staccano di dosso le frustrazioni, si scioglie la tensione, dimentico l’ardore di litigi e malcontenti.

Ma se sei triste il marchingegno non gira più. L’acqua non alleggerisce, ti manca il respiro. Hai solo voglia di andare a fondo, o di far finta di farlo, per un attimo. Di appartenere per un minuto solo a quel mondo ovattato in cui non si sente nulla, se non quel senso di protezione primordiale.

Aria, bolle, aria.
[e quanto mi aveva fatto piangere, quel film]

Se avessi qualche anno di più, mi farei abbracciare da F.
Che è così pacato, e sereno, e solidale. Che medita, e sa mettere in fila le parole in modo così rassicurante da rendermi malinconica, e quasi nostalgica di familiarità mai provate.

Se avessi qualche anno di meno, riuscirei a guardare con leggerezza un altro F., che ha gli entusiasmi e la ruvidezza di un’altra epoca. Purtroppo. Ed ha una luce negli occhi che non si spiega con le parole.

E invece sto, nel mezzo, inavvicinabile. Non mi faccio abbracciare.
Non mi faccio consolare, anche se vorrei.

Mi viene da piangere ma devo lavorare.

Bisogna farsi forza (senti come suona bene?)
(cit.)
(…e grazie, di aver capito)

Sarà l’autunno.
Sarà l’autunno?

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Carpe diem

Non accade solo nei telefilm che le feste di anniversario si interrompano a causa di un aneurisma di una tra i presenti. Arrossisci, impallidisci, è un attimo ed è silenzio, attesa e un bel po’ di paura. E amici medici da benedire. Si dice, è una lezione per tutti, carpe diem.

Si piange qualche lacrima amara delle ricorrenze e della vita che scorre, scappa via, non lascia (mai, mai abbastanza) tempo.

Pare che gli ospedali siano d’oro, nelle terre del nordest. Pare che sia stata una fortuna. Pare che sia andata nel migliore dei modi.

Pare.
Però.

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Post.

Ci casco tutte le volte.

Sei sotto pressione e pensi che dopo, dopo sì che sarà grandioso.

Feste su feste dal tramonto all’alba, danze e carezze, come cantava qualcuno. Carichi di aspettative il post, e poi non ce la fai. Passi un Halloween da sola a perder memoria di te, al tuo bar (e per fortuna è tuo, il bar, nel senso emotivo, e quindi è un po’ casa), con l’uomo con cui non vorresti stare che ti serve cocktail graziosi e silenziosamente ti osserva metterti in imbarazzo da sola, con grande classe, senza commentare. Ti sforzi di stare con gli amici anche se non ti va, ti sforzi per un’ennesima sera uguale a tante, solo che ti manca qualcosa, manca un filo, manca la connessione, i mesi di isolamento l’hanno recisa, e stai, e basta.

Le persone hanno i loro modi per tentare di starti vicino, e tu vorresti urlare che non sei una loro estensione, che sei tu e che hai i tuoi bisogni, e poi insieme ti chiedi se non sia, questo, quello che anche tu fai con gli altri, perché forse ha una componente di normalità continuare a considerare il mondo come un’estensione di sé, se si mette da parte l’ipocrisia per cui non lo si ammette.

Vorresti stare a letto a guardare serie tv, mettere in ordine la casa con una serie di schiocchi di dita come riuscivano a fare in Mary Poppins, ma forse serviva Londra, forse serviva George Banks, o Julie Andrews, forse bisognerebbe uscire tutti a ballare sui tetti senza aver paura di scivolare, forse servirebbe solo qualcuno che aggiusta le cose e poi se ne va, con eleganza, con un ombrellino chic. Forse servirebbe il coraggio di chiudere porte che pensi sia naturale tenere aperte, ma come si diceva qui, una volta, dalle porte aperte entrano gli spifferi, le correnti d’aria, che disordinano i fogli e ti fanno venire il raffreddore.

E lasciano un sacco di confusione. Un sacco di dubbi. Un po’ di gioia malcelata, probabilmente sbagliata, che affoga in un vuoto pneumatico che, anche se ci provi, proprio non riesci a riempire.

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Letargìe

Ho solo tanta voglia di dormire.

Ho guadagnato tutto quello che ho ottenuto negli ultimi mesi con le unghie e con i denti.
Non mi è stato regalato nulla, neanche una briciola.

Mi sono laureata, e per disinteresse di chi doveva, derive burocratiche e forse un po’ di stronzaggine, non è andata come volevo io. Sono stata sommersa di complimenti ma non è bastato. Ho fatto un sacco di fatica a festeggiare e sforzarmi di essere contenta anche se ero solo delusa, triste e stanca.

Ora parto per Monaco. Per mettere nuova luce negli occhi e nuova aria nella testa. Per fortuna.

Ho guadagnato tutto io e non dirò grazie a nessuno. E speriamo che con ciò sia finito questo periodo di merda.

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Idilli

Decidere la vita in tre settimane, alla mercé di chi ti giudica, fa schifo.

Fare esami farlocchi, per cui non hai speranza e la commissione, per giunta, ti è avversa, fa schifo.

Accorgersi ad un tratto che il tuo sex appeal ha smesso di marciare al tuo fianco (verso grandi traguardi…?) ma ad un certo punto, semplicemente, si è voltato se se n’è andato per i fatti suoi, fa quasi altrettanto schifo.

Quindi non me ne voglia il karma se oggi ho comprato un amaro per una cena tra amichetti, e quando il farmacista che mi ha venduto il collirio (ho anche l’orzaiolo, n.d.r., perché il mio corpo sta per dire basta allo stress) ha sbagliato con il resto, regalandomi dieci euro e, metaforicamente, l’amaro suddetto, non ho protestato.

Passerà.

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Di porte e portoni [e una finestra, magari, piena di sole]

Per dovere di cronaca,

navigo in un mare inquinato di ingiustizia, raccomandazioni, scarso interesse, protezionismo e, qua e là, qualche sprazzo di oggettività (scientifica).

In questi mesi ho costruito una sicurezza che non avevo mai sperimentato, prima.

E’ mia, e mi sta impedendo di andare fuori di testa di fronte ad ingiustizie palesi e sfortuna. Perché tutti mi hanno detto a questi concorsi non potrai evitare il fattore C ma finora di fortuna, da queste parti, non se n’è vista neanche un po’. So che sono brava, però, che sto resistendo perché questo è il lavoro che voglio (lo sarà, credo, per i prossimi anni almeno). E resistere paga, pare. Anche se c’è ancora molto in sospeso (molti giorni fino al 15), resistere paga. Perché nonostante quella lista non fosse la mia prima scelta, ora c’è scritto il mio nome sopra, e mi sono assicurata uno stipendio per i prossimi tre anni. E quindi respiro, almeno un po’.

Ma avere una scelta di serie B è davvero meglio di non averla affatto?

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Born to be blue

When I met you
the world was bright and sunny
when you left the courtain fell
I’d like to laugh
but nothing strikes me funny
now my world’s a faded pastel

I guess I’m luckier than some folks
I’ve known the thrill of loving you
and that alone is more
than I was created for
‘cause I was born to be blue

E’ solo che sono stanca, e affaticata, e mi sembra di non poter sperare più. E mi sembra che non ci sia una fine (anche se i traguardi, quelli belli e quelli attesi, sono vicini). E mi sembra di vedere solo porte chiudersi, anche se so che a parlar così è la stanchezza, non io. Non succede niente di male. E domani andrò a strappare una strada aperta. Perché io lo so, che me la merito.

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