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Terra ferma, terra chiusa

Una pugnalata inflitta (ma ho fatto bene).

E’ straordinario però sentire che c’è qualcosa che ci unisce, nonostante come sono andate le cose.
Me e te, che eravamo noi. E me e loro.

Inoltre, ho un’altra cosa in cui sperare.

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missin' home [in my own way]

A volte

mi sento una vetrina infranta

una nave che imbarca acqua senza riuscire a capire dove sia il buco

una tazza rotta, coi pezzi messi insieme ma una scheggia che manca.

Oggi, un po'.

'per favore torna felice'

'vista da qui sei così bella, cerca di non stare così' 

'…reagire'

(non ci pensare)

La verità è che io cammino 

un passo avanti e tre indietro, 

uno avanti e tre indietro. 

Voglio qualcuno che mi protegga (da me, e dal nero intorno). 

Mi manca come ci si sente 

a casa. 

Ho cercato informazioni in internet,

più per cercare una via di fuga che perché ci credessi davvero.

Non ha funzionato granchè, ed è stato solo un altro po' di polenta

in questo calderone.

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Perchè ce l'ho tanto con…

A me Roma piace per tanti motivi.

Uno di questi sono i continui interrogativi sulle strade, sulle scelte.

In particolare, mi sono chiesta cosa sarebbe successo se quel giorno, anzichè decidere di fare la fisica, mi fossi iscritta ad un’altra scuola. Se sarei stata in grado di fare quello che hanno fatto loro, lasciandomi con il fiato sospeso per ogni secondo di ‘Perchè ce l’ho tanto con…’ (per Anna Politkovskaja).

Fiato sospeso per l’oggetto, ma anche per il come, il dove, il quanto. Profondo.

Rimangono domande, e credo sia un bene.

Mi è piaciuto stare all’Angelo Mai, dopo tanto tempo.

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Tutto questo trambusto

Di tante facce
E di date perse
Si riempiono le mie giornate, mente rincorro l’ennesimo confronto,

non c’è forza nè volontà di rispondere della caduta delle tensioni che mi prende, a tratti.

Solo qui scrivo la mia personale giustificazione.

E aggiungo, che sentirsi a casa a casa sarebbe importante, e non mi capita da un po’.
E questo vuol dire che è ora di cambiare orizzonte.

Sogno di bere una tazza di tè seduta ad un tavolo alto,
Una cena -con te- come quelle dei film.
Mi succedeva anche da piccina e l’ho detto solo adesso.

Tutto questo trambusto tutta questa confusione.
Voglia di casa.
Scusate tutt*.

…e comunque è anche un po’ bello così.
Davvero, dico.

Inoltre, in tutto ciò, stavo dimenticando di ricordare…

Tutta quella città… non se ne vedeva la fine.
La fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine?
[…]
Non e’ quel che vidi che mi fermò. E’ quello che non vidi. Puoi capirlo fratello? E’ quel che non vidi … lo cercai ma non c’era, in tutta quella sterminata citta c’era tutto tranne… c’era tutto ma non c’era una fine. Quel che non vidi e’ dove finiva tutto quello, la fine del mondo.

Lascio qui il mio grazie.
A Baricco, nonostante le defaillances.
Ad Eugenio e Arnoldo, ad un teatro in piedi ad applaudire, minuti interi, per raccontare una magia.
E a te, che sei il centro e il baricentro di ogni pensiero. E che hai letto per la prima volta quelle parole da un libro in prestito, che conteneva anche le mie annotazioni di quattordicenne. Che mi regali ogni giorno quello che sembra il momento più bello di tutti.

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…e si beveva il sole come se fosse vino.

Un’ora col fiato sospeso e la pelle d’oca. Non respirare e stai in silenzio, beviti ogni parola, falla entrare nella tua testa e nel tuo stomaco, sentila come se l’avessi scritta tu. Ecco com’è stato ieri sera. A teatro.

Ammettiamolo, a me Oscar Wilde non ha mai fatto impazzire. Certo, riconoscevo lo stile leggero ed elegante, certo gli aforismi divertenti, certo la personalità, la modernità, eccetera. Però siccome gli artisti esteti generalmente mi danno sui nervi (non me ne voglia nessuno, per carità), ero portata alla diffidenza. La verità è che The Ballad Of Reading Gaol ha fatto cadere tutte queste obiezioni.

Sarà stata la voce di Giovanna Marini che ha in sè tutte le cose che lei ha già cantato, che ha la saggezza di anni; sarà stato lui, meraviglioso Umberto Orsini, che faceva davvero rabbrividire ad ogni parola. Sarà che da sempre l’umanità nascosta dietro le tragedie, per così dire, ‘civili’ mi commuove più di ogni altra cosa. (Il paragone certo non rende, ma a dodici anni guardando Braveheart ho pianto così tanto che i miei si erano preoccupati. E mi hanno fatto mangiare un chilo di cioccolata). La ballata è ‘un vero manifesto contro la pena capitale’, e racconta con passione e compassione gli ultimi giorni di un condannato a morte, incarcerato insieme a Wilde stesso. Fa riflettere e piangere un po’. E da ieri occuperà un posto nella biblioteca del mio cervello e nel database emozionale delle ‘cose che valgono la pena’.

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