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And the things that keep me alive, keep me alone

Se mi chiedi cosa desidero adesso, più di tutto, è vederti arrivare alla mia porta con due biglietti in mano, un input che non è tutto farina del tuo sacco, ma nemmeno del mio.
Se mi chiedi cosa vuol dire passare del tempo insieme in modo non neutro, te lo dico, che è non fare finta che un pezzo piuttosto grande del mio cuore e del mio cervello abbiano una forma invariabilmente e dolorosamente simile ai tratti del tuo viso, alle tue scarpe, al tuo profilo. Che abbiano il profumo del corridoio di casa tua e siano gelidi al tatto come le lenzuola del tuo letto. Mai stata in una camera così fredda, io.

Se mi chiedi cosa desidero più di ogni cosa, non lo so se è che il mondo smetta di essere malato o se è di essere felice io. Meno male che a comando non succede nessuna delle due cose, neanche con i migliori superpoteri, così almeno non devo scegliere.

So solo che sono stanca di sentirmi alla deriva, stanca di essere smarrita e sbiadita, stanca di sentirmi dire che sono eccezionale senza valere una scelta, stanca di cercare di controllare tutto, stanca di sentirmi ordinare di essere positiva.

…ma non tutti hanno le carte in regola per farla funzionare.
Tu ci riuscirai.

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Aiuto, affogo.

Mi hanno detto che non devi nuotare quando hai i pensieri.
E dire che se sono arrabbiata funziona benissimo. Una bracciata dopo l’altra, mi si staccano di dosso le frustrazioni, si scioglie la tensione, dimentico l’ardore di litigi e malcontenti.

Ma se sei triste il marchingegno non gira più. L’acqua non alleggerisce, ti manca il respiro. Hai solo voglia di andare a fondo, o di far finta di farlo, per un attimo. Di appartenere per un minuto solo a quel mondo ovattato in cui non si sente nulla, se non quel senso di protezione primordiale.

Aria, bolle, aria.
[e quanto mi aveva fatto piangere, quel film]

Se avessi qualche anno di più, mi farei abbracciare da F.
Che è così pacato, e sereno, e solidale. Che medita, e sa mettere in fila le parole in modo così rassicurante da rendermi malinconica, e quasi nostalgica di familiarità mai provate.

Se avessi qualche anno di meno, riuscirei a guardare con leggerezza un altro F., che ha gli entusiasmi e la ruvidezza di un’altra epoca. Purtroppo. Ed ha una luce negli occhi che non si spiega con le parole.

E invece sto, nel mezzo, inavvicinabile. Non mi faccio abbracciare.
Non mi faccio consolare, anche se vorrei.

Mi viene da piangere ma devo lavorare.

Bisogna farsi forza (senti come suona bene?)
(cit.)
(…e grazie, di aver capito)

Sarà l’autunno.
Sarà l’autunno?

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Assoluti

Mentre cammino ascolto musica discutibile, che mi protegge le orecchie dai commenti arbitrari di chi la mia strada incrocia. Mentre cammino rifletto su assoluti variabili e importanze che se ne vanno.

M. sta morendo a qualche centinaio di metri da qui, e questa città impietosa continua a girare come una trottola, a confondere e consolare insieme. E V. lo guarda e sospira, V. che è la mia sorella dell’anima, una dei miei pochi “a prescindere” romani, V. che sta perdendo il suo papà, mi spezza il cuore con le sue analisi così lucide e ruvide.

Mentre cammino la vita va avanti, C. si riprende e cammina e manda sms illuminati.

Mentre cammino c’è chi si riempie di assemblee la vita per assaporarne un senso, chi gira intorno a problemi invisibili agli occhi, chi parla troppo e chi non sa parlare, chi si abbraccia per proteggersi dal buio. E io lo critico, forse perché ho più paura di lui, o forse perché la pedanteria da prima della classe, che si vorrebbe coraggiosa e senza appigli, non mi è mai passata, nonostante sia cresciuta, nonostante il relativismo filosofico. E invece dovrei imparare lasciar correre, dovrei imparare la tolleranza che, dice B., è un sentimento borghese, senza accorgersi di reclamarla, poi, quando si parla della sua emotività.

È nuova questa percezione di me come appartenente al mondo dei grandi, è probabilmente la sensazione più particolare provata negli ultimi anni. La necessità di ripensarmi un ruolo emotivo, insieme a quello materiale, è spossante. E non si può più giocare a nascondino con le cose della vita. Anche se sarebbe bello, qualche volta.

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Risacca

Me ne sto,
diceva qualcuno anni fa, per indicare quella condizione in cui ci si siede e si aspetta, ci si rifiuta di prendere l’iniziativa, si accentua dialetticamente la propria attitudine solitaria, non misantropa ma, sicuramente, poco portata a muovere verso gli altri.

Me ne sto, e sorrido dal mio angoletto di sabati sera a casa, vino rosso e buona cucina, riflessioni e aspirazioni ipoteticamente universali. Senza passare ai fatti.

Cerco di disintossicarmi dalla sbornia di adrenalina che, in un modo o nell’altro, ha popolato i miei ultimi diciotto mesi. Cerco di non intristirmi con l’autunno che arriva e di non farmi trascinare via con la lista di cose da fare che compilo la mattina, sulla scrivania. Scrivo un post-it mentale che mi ricordi che non bisogna sempre piacere a tutti. Che poi se ci penso, trascurando la mia natura fortemente drammatica ed autoanalitica, ho fatto tantissime cose, negli ultimi diciotto mesi. Non ci si può aspettare una vita di così grandi rivoluzioni al ritmo di tre mesi (o forse sì, ma si dovrebbe morire a 27, come dice Coez).

Me ne sto, cerco di godermi le cose belle e di immaginare la vita che verrà, come facevo a quindici anni, quando doveva ancora venire davvero, la vita.

Adesso c’è, la vita intorno, e nella risacca di questo autunno posso guardarmi intorno e collezionare eventi e piccole pillole di gioia, di quella costruita, di quella che non mi sento privilegiata a provare perché me la merito. Anche se, pensandoci, ogni gioia è un privilegio.

E tra le gioie, giorni di sole, facce incuriosite e barchette a pois.

“Mi piace vedere gente felice”.
Ecco.

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Cose da grandi

La prima volta dei viaggi di lavoro, dell’ansia da prestazione estrema e del senso di inadeguatezza tutto sommato malcelato e, a tratti, appropriato. La prima volta degli abbordi in ascensore, facciamo finta che il sonno e il poco alcool possano avere la meglio su di noi. Diabolico strumento whatsapp, che ti può ritorcere contro ogni conversazione, negare l’evidenza e tenerne prova. Torno (a casa) tutto sommato arricchita, dubbiosa, vagamente imbarazzata, felice e arrabbiata nello stesso tempo. Benvenuta nel mondo dei grandi, dove le scelte hanno delle conseguenze, ma le persone continueranno a fingere che non sia così. Benvenuta nel mondo dei grandi, dove cambiare idea comincia a diventare difficile nonostante tu abbia fatto il percorso più lineare del mondo, sinora. Benvenuta nel mondo dei grandi, dove abbandonarsi al conforto e alla sicurezza del nido familiare, o di ogni sua proiezione, è più rischioso e difficile che mai.

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Silenzi, pieni.

Succede che mi perda, nei giorni, tra le righe.

Succede che le narrazioni si interrompano, fuori tempo, fuoriluogo.

Succede di leggere commenti di vicini del web, di quelli che ci sono da tanto che sembrano i vicini di casa, l’empatia diventa familiarità (o la familiarità diventa empatia?). Vicini che ci sono, da così tanto che ancora ti ricordi la volta che li hai intravisti a via Induno, una pancia promettente (loro), una Lancia verdina e accogliente (nostra), le vite così diverse, la loro e la tua, che sembra un altro mondo, da qui.

Allora, da uno spunto fuori, mi accorgo di esser lontana. Metto la bossanova di sottofondo e mi concedo il tempo di raccontarmi. Saudage, come diceva Fernando e mi sembrava insieme così bello e così scemo, quella notte.

Succedono insieme tante cose. Ho messo la mia firma su un pezzo di carta che delinea una casa come mia. Intermezzo bancario, velleità borghesi, certo che sì, nostro malgrado, ma una radice a Roma, una radice mia. Hanno detto, ho diciotto mesi per spostare la mia residenza. Niente più nordest, dunque, un altro cordone ombelicale reciso, e anche se è solo simbolico fa strano, strano.

Ho incartato pentole e libri e tazze e vestiti, ho pianto un po’, tutto ciò è compiuto, ebbene. Tutto ciò, misto ad arrabbiature che avrei voluto non fossero mie, ma ci sono. Aspetto dunque il giorno ics, in cui tutto (tutto) sarà trasportato di duecento metri, tra muri vicini, ma non troppo, che attendono il colore del mio nuovo amore (e non è una metafora). Il mio amore che colora, e poi parte e se ne va lontano, e io che gli voglio bene ma non lo amo, in realtà, sono un po’ triste e un po’ sollevata, come nelle grandi occasioni. Io sto.

Mi hanno prestato un frigo da campeggio, mi hanno detto che sono brava.

Sto. Felice e stanca, e interrogativa in egual misura.
Si gira una pagina importante e ancora non me ne rendo conto, mi sa.

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Keep on moving

Comincio a inscatolare, esorcizzando il passato, rimuovendo partenze attese, nella gioia della libertà collettiva, l’unica sensata, concessa dal vivere e lasciar vivere.

Leningrado all’orizzonte, e non solo all’orizzonte. Intorno, sopra, sotto, davanti. Avvolge, la metafora giusta, promette momenti felici e modi di stare concretamente, meravigliosamente libertari.

Con N., la metafora giusta, arriva anche la pacificazione (finale?) con il mio modo di stare al mondo, che altri e altre apprezzano da tempo più di me. Non si può dire che io sia stata ferma, in questi anni, ribollendo ripensamenti nati da strappi antichi. Ma il senso dei percorsi, anche quelli compiuti in prima persona, è difficile da esplicitare, mettendo una parola dietro l’altra. A volte solo un osservatore esterno può regalare il punto di vista giusto.

Inscatolo e tossisco la polvere dei quattro anni passati qui. Questo è il posto che, più di tutti, ho chiamato casa. Ma ora mio fratello e mia sorella sono lontani, ed è giusto sperimentare altri modi, altre vie.

E mentre scrivo libri, scarpe, bricolage e altro col pennarello rosso, e amici berlinesi dicono su skype “mi sembri positiva”, sono insieme curiosa, esaltata e serena.

E’ il momento di andare avanti.

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