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You don’t think before you jump

C’è chi lo sa fare, di non fare programmi.
Di vivere alla giornata, di cogliere il meglio.
Io ho la pianificazione nelle fibre del corpo (genetica o epigenetica? Questo il dubbio), e di sicuro con l’incoscienza non sono a mio agio.

Così come coi recinti: non mi piace mettere i paletti e finisco per lasciar passare tutto e tutti, schiacciandomi per farmi bastare lo spazio che resta. Ma nei recinti da me per me, in quelli sono anche troppo brava a stare.

Non sono brava a tenere i fili col passato, e la pianura padana, che tanto amo guardare dal finestrino, mi soffoca dopo pochissimo (specie in questi giorni, che la nebbia e lo smog e la siccità signoramia). Sul treno ricomincio a sorridere, e mi accorgo dei ruoli che attribuiamo ai luoghi più che alle persone. Ma così va quasi bene, spero.

E così vorrei augurarmi queste cose, per l’anno nuovo. Una lieve incoscienza, per lasciarmi accadere tutte le cose belle e impreviste possibili. Un abbraccio che contiene, che l’amore non mi soffochi. E fare pace con le radici, lasciar andare ciò che ero. (Per dire anche, senza sentirmi una sradicata, io alla cena dei dieci anni dal diploma non ci vengo).

Le zavorre le abbiamo salutate con la mano da lontano, anche se mancano un po’.
Qualche no l’abbiamo detto.
Si può dire un bilancio discreto, tutto sommato.
Possiamo cambiare calendario.

Buon anno.

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So much light

Perché mi sento sempre ferma?

Con il fiato corto, i polmoni in fiamme, le tempie martellanti, gli occhi che bruciano.
Ho mal di testa e mi sento ferma.
E insieme, mi sembra che la vita mi scorra via, sfugga. Di non determinare abbastanza, mi sembra.

Chi lo sa se questa è l’abitudine alla quiete o un sintomo, o saggezza, o necessità di cambiare qualcosa? Non io.

La percezione è distorta e la nostalgia è il voler tornare a tempi non trascorsi, a luoghi da desiderare.

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13 luglio 2015 · 6:13 pm

Dei sì giusti (e di quelli sbagliati)

Un prato e le lucine, i teli a terra e i cuscini, le sedie bianche e il vino. Le bretelle rosse e i vestiti eleganti, i brindisi e le canzoni sempre uguali, le margherite. Chi è muto e chi parla troppo. Le mie impressioni talvolta sbagliate. Talvolta no. I tacchi abbandonati, a piedi nudi sul prato.
Un matrimonio bello negli occhi delle uniche persone importanti.

Dopo una notte per metà giusta e per metà sbagliata, a riempire le note a piè pagina dei miei pensieri, a chiedermi se son gli eventi a determinare le sensazioni o le sensazioni a determinare gli eventi, in quei circoli controversi in cui ti infili per andare a finire nei tuoi soliti schemi.

A riempire i vuoti e a regalare abbracci che mancano, ci mancano.

E persone inattese mi guardano e dicono, cose, dicono. E mi sembra incredibile la lucidità con cui inaspettatamente colgono pezzi di me.

E la fiducia?
Eh.

[Don’t you ever get lonely
From time to time?
Don’t let the system get you down
(Big city life)]

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Mi persi

I fumatori hanno un motivo in più per guardare le stelle la sera, in questo giugno perfetto, in questa sera da maglioncino e prosecco sul ciglio della strada. Torno a casa e respiro il vento della sera sul balcone, il ponentino chissà, la direzione è giusta. E guardo il cielo e mi ascolto le canzoni di anni fa. E passa un aereo e quasi fa freddo, qui.

E mi perdo in quello che la gente dice
E mi perdo tra il lime e il pepe rosa
E respiro tra la condiscendenza e il mio silenzio di rimando
E mi chiedo se si può guarire da noi stessi
E ho nostalgia di un altrove più leggero
Ma anche voglia di starmene qui
Dove sono
Col venticello, e i sorrisi, e le luci della mia città.

…Ma se i sogni non li avessi già completamente spesi
In quello che sai

Così io ti prendo per mano e ti porto con me
Che a darsi un appuntamento
Speranza c’è

(Ma si lo qual era
il modo esatto
per riavere tutto
è solo che
mi persi)

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Negazioni

La negazione ha tratti liberatori e libertari, e io mi sto sforzando di impararlo con la stessa frustrazione con cui cercavo di farmi entrare in testa la letteratura tedesca a diciott’anni.

E in queste mattine di pioggia e delusioni, che causo al mio muovere un passo, qualunque, disappunti tipicamente altalenanti di persona in persona, ma tutti uomini, i delusi, in queste mattine io cerco di ripetermi che la negazione è non solo funzionale ma necessaria ad aprire parentesi costruttive. Anche per me. Che non devo piacere a tutti. Che non devo fare contenti tutti.

Sbircio C. che portentoso arriva a fine vasca in dieci secondi, la schiena abbronzata di vacanza tropicale, mi guarda e gli sorrido, e mi accorgo che anche in quest’atmosfera che sa di cloro è evidente quanto avrei voglia di una parte costruttiva, basta contarmi i sorrisi, ma la vita è incasinata e augurarsi che un invito e un successivo rifiuto non minerebbero questa bella dimensione acquea è arduo. Ma forse anche quella negazione avrebbe una parte costruttiva, è che.

Ma la pioggia poi smette, eh. 

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And the things that keep me alive, keep me alone

Se mi chiedi cosa desidero adesso, più di tutto, è vederti arrivare alla mia porta con due biglietti in mano, un input che non è tutto farina del tuo sacco, ma nemmeno del mio.
Se mi chiedi cosa vuol dire passare del tempo insieme in modo non neutro, te lo dico, che è non fare finta che un pezzo piuttosto grande del mio cuore e del mio cervello abbiano una forma invariabilmente e dolorosamente simile ai tratti del tuo viso, alle tue scarpe, al tuo profilo. Che abbiano il profumo del corridoio di casa tua e siano gelidi al tatto come le lenzuola del tuo letto. Mai stata in una camera così fredda, io.

Se mi chiedi cosa desidero più di ogni cosa, non lo so se è che il mondo smetta di essere malato o se è di essere felice io. Meno male che a comando non succede nessuna delle due cose, neanche con i migliori superpoteri, così almeno non devo scegliere.

So solo che sono stanca di sentirmi alla deriva, stanca di essere smarrita e sbiadita, stanca di sentirmi dire che sono eccezionale senza valere una scelta, stanca di cercare di controllare tutto, stanca di sentirmi ordinare di essere positiva.

…ma non tutti hanno le carte in regola per farla funzionare.
Tu ci riuscirai.

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Disperato erotico (stop)

Tra queste due file di case, che in mezzo ci passa la ferrovia, quando il vento tira nella direzione giusta puoi appoggiarti al ferro del parapetto e farti abbracciare dall’aria fresca. In quest’inverno, paventato gelido, che ancora non arriva, mi godo le folate che mi stropicciano la gonna e mi spettinano i capelli. Quando è stata l’ultima volta che mi sono sentita sollevare?

Respiro profondamente, rilasso le spalle, rabbrividisco per le caviglie nude, il mio omaggio di oggi all’inverno che non arriva.

In universi paralleli ho le energie e il tempo e il coraggio per amare il ragazzo con il cane nocciola, l’uomo dai capelli grigi, il passante che dal suo suv sgangherato mi cede il passo sulle strisce pedonali. Mi guarda. Lo guardo. Solo in un universo parallelo. Ma è confortante concedersi di chiedersi come sarebbe, ogni tanto. E deliberatamente scegliere di mischiare il cuore, la testa e il corpo. Come ho sempre fatto, senza che nessuno se ne accorgesse.

Il vento è reale, il resto no. Arriveranno i fiori, la leggerezza che fa sembrare il cielo più blu, io ho bisogno di nuove letture delle cose e mi sto attrezzando con lenti di un altro colore. Per ora, mettiamo un piede davanti all’altro.

(p.s. lo so che non era quello, il titolo).

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