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You don’t think before you jump

C’è chi lo sa fare, di non fare programmi.
Di vivere alla giornata, di cogliere il meglio.
Io ho la pianificazione nelle fibre del corpo (genetica o epigenetica? Questo il dubbio), e di sicuro con l’incoscienza non sono a mio agio.

Così come coi recinti: non mi piace mettere i paletti e finisco per lasciar passare tutto e tutti, schiacciandomi per farmi bastare lo spazio che resta. Ma nei recinti da me per me, in quelli sono anche troppo brava a stare.

Non sono brava a tenere i fili col passato, e la pianura padana, che tanto amo guardare dal finestrino, mi soffoca dopo pochissimo (specie in questi giorni, che la nebbia e lo smog e la siccità signoramia). Sul treno ricomincio a sorridere, e mi accorgo dei ruoli che attribuiamo ai luoghi più che alle persone. Ma così va quasi bene, spero.

E così vorrei augurarmi queste cose, per l’anno nuovo. Una lieve incoscienza, per lasciarmi accadere tutte le cose belle e impreviste possibili. Un abbraccio che contiene, che l’amore non mi soffochi. E fare pace con le radici, lasciar andare ciò che ero. (Per dire anche, senza sentirmi una sradicata, io alla cena dei dieci anni dal diploma non ci vengo).

Le zavorre le abbiamo salutate con la mano da lontano, anche se mancano un po’.
Qualche no l’abbiamo detto.
Si può dire un bilancio discreto, tutto sommato.
Possiamo cambiare calendario.

Buon anno.

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…e folle volere, e voglia di andare

Quando dimentichi un pezzo di te, quando non ricordi di somiglianze che ti coinvolgevano, quando trascuri immagini che ti sembravano di specchio,

ecco in quei momenti,

è sempre strano risentire quel profumo, toccare un’altra volta quel vestito, ascoltare di nuovo una canzone che era una narrazione, per te, sentirla passare così per caso, nell’altra stanza.

E le mie nostalgie e i miei sogni di gloria, e i miei colori e le mie nuvole, così sono di nuovo tutti in fila.

Sono passati cinque anni e ho voglia di crescere,

e parliamo di periferie e di progetti con un senso nuovo, una prospettiva diversa. Saranno i trenta che arrivano?

E le scelte hanno un sapore diverso,

ed è tutto più ponderato e sembra quasi più coerente, più profondo.

Sì, sono contenta di diventare grande.
Ma mi somiglio ed è bello accorgersi anche di questo.

Saremo felici, quando saremo.
Ma intanto, un po’, lo siamo anche adesso.

…quel giorno speciale
Daniela velluto di cuore e di mani
finiti gli esami fu preda del luglio
e quando in settembre partimmo da Roma
col sole e la luna per noi
sognavi di avere quel sorriso in tasca
che ho visto su vele in burrasca
il folle volere voglia di andare
sconfigger la noia col dare
che fare o non fare

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Poor little Finnegan

Ricominciamo con nuove fermate dell’autobus e i tram incastrati, ché sarà un anno in cui ognuno si prende i propri tempi, diciamo. Ricominciamo comprando due arance al mercato, la vitamina fa bene, d’altro canto.

Ricominciamo coi vecchi che si lamentano dei cinesi e dei bengalesi, sperando di poter fingere che sia un modo per occuparsi di ciò che è comune (“pubblico”, non lo dico più, da un po’, mi fanno venire la nausea le implicazioni di certe parole). Sperando che saremo capaci di mettere vagamente in dubbio le loro granitiche certezze sul destino nefasto del nostro Paese (il mondo globalizzato è un altrove deforme e attutito, quando devi prendere l’autobus tutte le mattine).

Ricominciamo facendo buon viso a tutti gli uomini viziati che vorrebbero determinarci presente e futuro, assumendo ruoli patriarcali senza nemmeno averci fatto dono del 50% del corredo genetico.

Ricominciamo ricordandoci che la vita è solo una questione di punti di vista. E che i soldi spesi in terapia varranno la pena. Presto, si spera.

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Keep on moving

Comincio a inscatolare, esorcizzando il passato, rimuovendo partenze attese, nella gioia della libertà collettiva, l’unica sensata, concessa dal vivere e lasciar vivere.

Leningrado all’orizzonte, e non solo all’orizzonte. Intorno, sopra, sotto, davanti. Avvolge, la metafora giusta, promette momenti felici e modi di stare concretamente, meravigliosamente libertari.

Con N., la metafora giusta, arriva anche la pacificazione (finale?) con il mio modo di stare al mondo, che altri e altre apprezzano da tempo più di me. Non si può dire che io sia stata ferma, in questi anni, ribollendo ripensamenti nati da strappi antichi. Ma il senso dei percorsi, anche quelli compiuti in prima persona, è difficile da esplicitare, mettendo una parola dietro l’altra. A volte solo un osservatore esterno può regalare il punto di vista giusto.

Inscatolo e tossisco la polvere dei quattro anni passati qui. Questo è il posto che, più di tutti, ho chiamato casa. Ma ora mio fratello e mia sorella sono lontani, ed è giusto sperimentare altri modi, altre vie.

E mentre scrivo libri, scarpe, bricolage e altro col pennarello rosso, e amici berlinesi dicono su skype “mi sembri positiva”, sono insieme curiosa, esaltata e serena.

E’ il momento di andare avanti.

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Via dei Matti, numero zero.

C’era una casa molto carina
Senza soffitto, senza cucina,
Non si poteva entrarci dentro
Perché non c’era il pavimento
Non si poteva andare a letto
In quella casa non c’era il tetto
Non si poteva fare pipì
Perché non c’era il vasino lì
Ma era bella bella davvero
In Via dei Matti numero zero.

Cibo vacanze e riposo.
E rovistare tra le tazzine e i bicchierini da liquore bordati d’oro, rendersi conto di aver tra le mani oggetti che hanno tre volte la mia età, assaporare con l’animo del “lo sapevo, io”, finalmente, i benefici della vena da accumulatore seriale ereditata senza scampo dalla parte materna dell’albero genealogico.
Combattere il sentirsi privilegiata e anche vagamente fuoriluogo, come non fosse vero, come non fossi adatta, davanti a preventivi per una cucina low-profile, a progettare l’arredamento di una casa mia.

I dubbi mi assalgono e si traducono in mal di stomaco e senso di straniamento, come se pochi giorni in famiglia avessero passato una patina nebbiosa sulla mia vita vera. Nebbia leggera, alimentata rifiutando telefonate amiche e procedendo col solito, primaverile, check-up medico. Patina squarciata di vero dalle telefonate del mio capo.

Il lato B della vita è bello e strano insieme, da qui. Ci sono progetti a lungo termine che cozzano con la precarietà della mia vita reale, ci sono amori leggeri, però presenti e solidali. Ci sono aperitivi sotto la Basilica meravigliandosi del caso, che ti fa ri-incontrare bei compagni di qualche giorno, qualche notte o qualche anno. Ci sono immaginari spostati, c’è camminare per strade che sono state mie per vent’anni e non riconoscere più i negozi, le facce, le parole.

Ci sono anche gli interrogativi sul dopo.
E le convinzioni che miracolosamente sembrano più forti, altrove.

Ci sono i treni e i computer, e le liste di cose che compulsivamente compilo, sperando che gli imprevisti se ne stiano silenti per un po’.

C’è anche tanta luce.

 

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I bassisti che cantano

I bassisti che cantano
sono perloppiù poetici
i chitarristi che cantano
sono perloppiù egomaniaci.

E su un prato, con la birra, le confidenze di troppo, sono stata felice.
C’era il sole, c’era il mio fratello dell’anima (“ricordati che qualsiasi cosa succeda resti il mio fratellino”), c’erano discorsi matti ma non troppo.

C’era scritto

è indispensabile essere felici.

E ho pensato alle false pretese
e che forse sono un po’ disobbediente
e ho abbracciato persone che non vedevo da mesi, mesi interi,

ché questa città è così piccola e così grande insieme,
e ha gli aprili più belli.

E ho condiviso visioni internazionali
e c’erano anche loro.

E per un attimo, tra le facce, nel buio, è stata
pura gioia.

Perciò io maledico il modo in cui sono fatto
Il mio modo di morire sano e salvo dove m’attacco
Il mio modo vigliacco di restare sperando che ci sia
Quello che non c’è

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…e secca sete di te.

La meraviglia mi ha colpito in un sabato di sole,
di tacchi e giacca stirata di fretta, e accessori pop e collant scuri
(glieli do velate signorina, che la microfibra non ha niente di elegante, mi creda, niente),

la meraviglia mi ha colpito in mezzo a cinquanta donne, tra le più straordinarie,
tutte intente a schivare un buquet lanciato nel sole.

La meraviglia mi ha colpito etichettandomi come la persona più responsabile,
mi ha colpito con le foto dei miei amici, bellissimi eleganti,
mi ha colpito mentre ballavo con il padre della sposa,
mi ha colpito con le parole del mio amico di tanti anni.

Quel mio amico che ha fatto un gesto per amore e ci ha sconvolti tutti, per il coraggio, come è stato scritto. E dunque furono danze, furono fiumi di vino rosso (sulle camicie bianche), furono baci rubati e convinti e a volte un po’ meno, furono cortei di macchine e clacson e musica fortissima, e tante risate, furono macchine scariche a rimanere in dubbio a sentire la musica abbracciati, su un sedile solo, sotto casa, e poi fermi quando finalmente una decisione era stata presa, parcheggiamo? Fu uscire di casa all’alba coi vestiti stropicciati, ancora brilli e bellissimi, per accompagnarmi a prendere un treno, per stare insieme alla famiglia in un appuntamento importante.

Per un perfettissimo giorno ho toccato il cielo con un dito, e ho avuto la certezza che in qualche modo avremo le nostre strade da percorrere, tracciare, costruire. Per un momento, con i grattini sulla schiena, con le parole belle, ho pensato che mai furono scelte parole migliori di quelle che ha scelto R.

Bisogna scavalcare gli ostacoli o aggirarli.
Dobbiamo vivere,

non importa quanti cieli ci siano caduti addosso.

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