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Stai tranquilla

Non ho più parole (credo)
vivo in uno stato un po’ così
di inquietudine e di dubbi e di aprire le porte e far entrare il vento,
ma in senso brutto

Sbattono le finestre della mia testa e della mia anima e io
(ancora una volta)
non riesco a lasciare fuori il vento

Sono ferma
in trappola forse
in ansia di sicuro
in una parola, in Svizzera

Andiamo a Milano in gita
che chi l’avrebbe detto, poi
che Milano mi sarebbe sembrata così?
È bella Milano
col sole i grattacieli
con la gente che si sente al centro del mondo

E di sicuro non è vero
ma almeno il resto del mondo esiste, a Milano

Mio malgrado mi scopro dalla parte sbagliata delle cronache
di quelli che vogliono solo tornare a casa
nonostante tutto ciò che ne deriverà, senza dubbio

Voglio un’occasione per me
ma rivoglio la mia luce
rivoglio la mia casa
rivoglio la mia rete e la vita fino a tardi la sera

Mi preparo a combattere
con una stanchezza al via
che non mi aspettavo e non so

Qualcosa mi consuma

Scusa
Non riesco a stare fermo
Ma per favore
Non mi dire stai tranquillo
Che tranquillo non sono
Perché se cerco e non trovo
Io mi agito

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Il silenzio intorno

Il mare è il mio posto preferito

E mi riempio gli occhi di queste acque blu e verdi, e questo sole e questa sabbia chiara, e gli scogli levigati dal vento

Di quest’isola che fa innamorare 

Mi rimane il silenzio intorno
Il rumore delle onde leggere 
Le chiacchiere di sottofondo

Mi rimane un buco nero nello stomaco
Un po’ di nebbia nel cuore

La confusione di tanta gioia cancellata dal calendario
(Io qui a piangere, tu a Roma a vomitare, in una perfetta sintesi del trash)

Non è chiaro a che serva tutto questo
Non capisco se è solo uno sbuffo di vento o se sarà scritto così 
Che io sto senza di te e soprattutto tu stai senza di me
In una privazione preventiva che non comprendo ma mi sforzo di accettare

Mi rimane il silenzio intorno

Lo cerco, e mi riempio gli occhi di blu
Pensando a te, cercando di no
Cancellando domani dal calendario

Il silenzio intorno 
Finché si può 

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Geografica

Manca poco al compiersi di un mese nella nuova città dove abito, lavoro e cammino, lontana ma non troppo. 

E finalmente capisco perché non riesco a farmi conquistare dai glicini sulle pareti delle case, dalle oche di legno e le tazze da caffè di bambù colorate a pastello.

Sono tutti strati che mi separano dall’anima di questa piccola città.

Non la colgo, o forse sì, ed è ricca e certosina, non mi fa sentire libera e mi fa anche un po’ paura.

Da una piccola città benestante e ordinata sono scappata dieci anni fa. Allora non capivo, non lo usavo nemmeno, il verbo scappare, mi destabilizzava, sapeva di tradimento. (L’ho capito tanto tempo dopo, seduta su una poltrona di finta pelle, nel quartiere più pulito del centro di Roma). Ironico, persino. 

Questo tipo di bellezza, quella delle orchidee e dei cigni nei laghetti, sa di finzione, per me. 

Io ho bisogno di incontri “a brutto muso”. Ho bisogno del cibo, del caldo, del sud. Più di così, se non altro. E non voglio fare la persona chiusa. Sono grata e ci provo, promesso. Ma anche ascoltare i propri desideri senza seppellirli sotto ad un mucchio di buste paga è importante, se si può concedersi il lusso di farlo. 

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Foggy

Partiti da lontano
E di colpo arrivare
Ad essere contenti
Ma il colpo era forte
E le note non erano giuste
E senza vincere niente
Senza partecipare
Rincorriamo le notti
E torniamo a dormire
E le mani più grandi
Dei tuoi sogni dispersi
Dentro cassetti vuoti milioni di versi

Un anno pieno è agli sgoccioli, ma cose importanti devono ancora succedere o stanno succedendo ora, a qualche centinaio di chilometri da qui. 
Un’altra volta su un treno, attraverso la mia pianura, e ho le lacrime agli occhi, mi bruciano. (Cambio di soggetto, oggettivo).

Doveva essere un Natale di letargo e invece no, ancora a spaventarsi (non troppo, si dirà), ancora nei giallini corridoi d’ospedale del nordest. Ancora ad esser roccia ed avere bisogno di scivolare via. Felice del ruolo ma stanca, stanchissima. Dicevo “qui si lamentano tutti di questo anno di merda e io invece mi sento grata”, ed è ancor più vero ora. 

E ho passato la vigilia a piangere senza riuscire a fermarmi, di fronte a uno di quei film di Natale degli amori incompresi e le occasioni perdute. Forse era sollievo, che sennò altro che piangere, mi sarei incazzata da morire. 

E parte il treno dalla mia stazione, e in un attimo siamo nella campagna nebbiosa, con quel sole pallido, e i filari d’alberi, e mi si annebbia la vista e piango un po’. Sollievo ancora, e paura di perdere, che cerchiamo di convertire in prospettive e modi più costruttivi per me, per noi, per tutti. Perché è così che si va avanti. 

Ci ricorderemo i regali di Natale con niente in cambio, le vicinanze inattese, chi supera gli ostacoli e pure chi cementa le barriere. Ma noi costruiamo le tribù. La mia è altrove da questo orizzonte piatto, altrove dai luoghi dove sono cresciuta, e forse per questo mi lascia respirare. 

Ed è confortante, a volte, che la storia si ripeta. 

Buon anno. 

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E tutta la vita gira infinita senza un perché 

Mainstream
E sottotono 
Ripetitiva e
Anche un po’ spaventata
Di questo passo che mi accingo a fare

Come se dopo mi attendessero meno scuse del previsto 
Come se stesse per cambiare tutto

Devo sforzarmi di ricordare che ogni passaggio è una scelta
E allo stesso tempo, accade e basta
Che ogni persona ha un percorso a sé 

Che la vita non è meritocratica 
L’amore non è meritocratico

Che cadono le case e le chiese e forse bisogna solo accettare, anche se non si capisce

Possiamo ricordarci di ringraziare perché siamo fortunati 

E scegliere di essere incoscienti, forse

A un’estate leggera che qui ancora, ancora non c’è 

Sta finendo, e già i nuovi inizi arrivano
Mi sento fortunata

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Learn to fly

A te che dici che l’entusiasmo ti fa schifo
Un po’ lo so lo immagino

Che la vita le cose il caso ti hanno rovinato le felicità possibili

Ti ci vedo a fare finta di niente 
Ad essere quello che con la fiducia e un amore strano e storto (come tutto)
Teneva in piedi la baracca 
Ti ci vedo a veder franare tutto e a dire che la vita è così
E non poter piangere perché sei razionale
E oltretutto, un maschio

A me che penso con gioia alle mie giornate 
E sto riempiendo il cassetto di sorrisi per quando girerà peggio

E’ capitato anche a me di avere qualche felicità in cocci

Ma ci ricostruiamo
Anche se non mi è chiaro come
Funziona 

Forse la risposta è che il limite è sempre
Molto più lontano di quel che si crede

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Oltreoceano

Come spesso osservato, dichiarato e (non di rado, ma misuratamente) sperimentato, della libertà si fa esperienza camminando per strade a volte ritorte e impreviste. Altre volte, invece, le strade son dritte come fusi, come le traiettorie di voli intercontinentali, e si scopre dell’influenza della corrente del Golfo (o chi per essa) sul fatto che i ritorni siano (sembrino?) sempre più brevi delle andate. 

Si trova il senso della verticalità stando sulla cima di un grattacielo, il senso di potenza, non riesco a demistificare tutta questa meraviglia, faccio pure guerrilla marketing, se dite, mi scuso, compagni. 

Perché questa è newyorkcity, e me la sognavo da ragazzina, e quella pianura infinita che si vede alzandosi con l’aereo e invece dei colli c’è Wall Street, quella è la misura dei miei passi avanti. 

Scrivo cartoline dicendo “sono felice”, così se casca l’aereo, ma che ne sai. Mi concedo dodici ore di beata incoscienza. Non voglio essere come gli altri, ma un po’ sì. 

Queste strade le avevo viste sul divano di casa con l’amoremio, meraviglie di gugol, non scriviamolo nemmeno che poi sai i login, la riservatezza, avevo paura di te che hai paura di soffrire, e sei uguale a me  che per non dirla così banale ci metto una bella vernice razionale e dichiaro i giusto e gli sbagliato. E invece siamo qua che non smettiamo di sorridere. Che scemi.

E ti mando le foto e mi sembra che ci sia anche tu, in quei momenti in cui mi illudo che il mio americano migliori, in cui mi oriento tra strade ortogonali e miracolosamente cedo al pilota automatico, mi dimentico tutto, e forse davvero sono un po’ più libera. 

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