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…got the feeling we will never get closer than this

Le notti prenestine di quando bevi acqua Panna e mangi spaghetti cinesi su un terrazzo e senti il vento portarti piano via i pensieri.

Me le ero dimenticata, le notti d’estate a Roma, quando il tempo sembra fermo e mi fai i grattini sulla schiena e penso che siamo un incrocio strano di anime a cui è meglio non aggiungere altro.

Sono affezionata a questo mio modo di fare, di vivere gli scambi accidentali con tutta l’intensità che si può, a bermi tutta la vita dal bicchiere del Campari e sospendere il giudizio (sulle cose, l’universo e me) mentre riempio i minuti delle espressioni che osservo sulla tua faccia.

E torno da viaggi di lavoro con chi mi vuol bene e chi mi vuole e basta, e chi mi vede in trasparenza e chi mi lascia affannare pagandomi da bere, chi mi ascolta e chi mi lascia lì, senza salutare. E tutta la fatica di elaborare e esser proattiva si traduce nel non demolire ciò che è stato.

E mi giri in testa e ci giro intorno e non ci ero abituata, dico cose a sproposito e non lo so, dove voglio andare, ma sorrido mentre ti penso.

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Archiviato in home made, onirica

…e secca sete di te.

La meraviglia mi ha colpito in un sabato di sole,
di tacchi e giacca stirata di fretta, e accessori pop e collant scuri
(glieli do velate signorina, che la microfibra non ha niente di elegante, mi creda, niente),

la meraviglia mi ha colpito in mezzo a cinquanta donne, tra le più straordinarie,
tutte intente a schivare un buquet lanciato nel sole.

La meraviglia mi ha colpito etichettandomi come la persona più responsabile,
mi ha colpito con le foto dei miei amici, bellissimi eleganti,
mi ha colpito mentre ballavo con il padre della sposa,
mi ha colpito con le parole del mio amico di tanti anni.

Quel mio amico che ha fatto un gesto per amore e ci ha sconvolti tutti, per il coraggio, come è stato scritto. E dunque furono danze, furono fiumi di vino rosso (sulle camicie bianche), furono baci rubati e convinti e a volte un po’ meno, furono cortei di macchine e clacson e musica fortissima, e tante risate, furono macchine scariche a rimanere in dubbio a sentire la musica abbracciati, su un sedile solo, sotto casa, e poi fermi quando finalmente una decisione era stata presa, parcheggiamo? Fu uscire di casa all’alba coi vestiti stropicciati, ancora brilli e bellissimi, per accompagnarmi a prendere un treno, per stare insieme alla famiglia in un appuntamento importante.

Per un perfettissimo giorno ho toccato il cielo con un dito, e ho avuto la certezza che in qualche modo avremo le nostre strade da percorrere, tracciare, costruire. Per un momento, con i grattini sulla schiena, con le parole belle, ho pensato che mai furono scelte parole migliori di quelle che ha scelto R.

Bisogna scavalcare gli ostacoli o aggirarli.
Dobbiamo vivere,

non importa quanti cieli ci siano caduti addosso.

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Noi

Ci siamo noi che ridiamo del nostro alcool e sminuiamo i nostri successi, ipod sui mezzi e sguardo nel vuoto, nei pensieri persi. Muso duro e barèta fracà, si diceva dalle mie parti, e forse è stato uno stato emotivo generazionale anche in altri tempi, questo.

Ci siamo noi che leggiamo la normalità in scelte e prese di posizioni in bilico, abituati al disagio, lieve o profondo, del momento storico o del luogo geografico. E io seduta, in un inusuale silenzio, ascolto, osservo e mi bevo, durante i confronti, tutto quello che è diventato quasi familiare, sempre attraverso la pelle degli altri (con tanta empatia, però, si intenda).

Ci siamo noi che “siamo troppo quadrate”, noi così uguali sulla carta e così diverse negli esiti, L. che mi fa così arrabbiare certe volte, ma è la mia persona, e l’altra mia metà, in qualche modo.

Ci siamo noi che ci avvolgiamo nel cinismo come in una sciarpa di lana un giorno d’inverno, e se non guardi bene sembriamo frivoli e superficiali. Ma se pungi nei punti giusti è facile smentire la prima impressione.

Noi che riempiamo i giorni ma viviamo vite in togliere, alla ricerca della facilità che pensiamo di avere, a priori, ma che ci è stata negata ab initio, o almeno così sembra.

Ci siamo noi, fragili sotto un ombrello rubato al bar, occhi rossi di cloro o di qualche smarrimento di troppo, ché non saran tragedie ma non son nemmeno rose, soprattutto per qualcuno, di noi.

Ci sono io che ad alcuni di questi noi appartengo davvero, ad altri solo per empatia. Ma corro e faccio tante cose e vedo tanta gente e ci provo forte, a non perdermi. E abbraccerei forte proprio tutti, questi noi.

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Stasera andiamo a Monti

Mi hanno detto che chi rompe le cose sta attraversando un periodo di transizione. Chi me l’ha detto ha aggiunto, io rompo tutto, sempre, quindi si vede che sto vivendo dei cambiamenti. Non smetto di non sentirmi compiuto. Chi me l’ha detto è una delle persone più importanti della mia vita, che adesso c’è, nel senso che esiste fisicamente ed ha memoria -credo, spero, ritengo- di tutto quello che insieme abbiamo vissuto, ma non è la stessa persona. E non nel senso banale ‘il tempo passa, non stiamo più insieme, l’intimità sparisce, risucchiata da chissà che spazio delle emozioni invecchiate’. Vedere V. e raccontarci è sempre più difficile, perché, insieme, siamo il compimento delle divergenze. Quelle che qualche anno fa ci hanno fatto separare, ed ora ci fanno dire se sei felice e sono felice, va bene così. Anche se V. è anarchico fuori e moralista dentro, quindi non lo so se secondo lui davvero, va bene così. Ma forse sì.

Vedere V. è sempre una trappola mortale, la stranezza mi abbraccia e mi resta addosso per un po’. E’ difficile da descrivere, e magari penso di essere la sola con questa percezione strana degli eventi. E invece magari non lo sono, ed è solo un banale farsi tornare in mente tutta la meraviglia e la bruttura, e la pesantezza e i sorrisi, di un amore finito da tanto.

Ma d’amore si vive, come diceva un vecchio documentario che D. mi aveva scaricato e masterizzato su un dvd. D’amore ci vivo, io. E bacio gli amici e concedo possibilità, e mi nego e rido e, a tratti, penso di non essere mai stata così consapevole e serena. E questo è un regalo del nuovo anno.

Stasera andiamo a Monti. Che Monti non mi piace, e non ci vado mai, quindi non incontreremo nessuno e potremo trovare un angolo di Roma per noi, per capire se c’è ancora spazio, se ci stiamo cambiando i ruoli, se ci diamo più gioia o ci facciamo più male. Per capire se anche noi siamo quello che descrivevo, un amore finito da un po’ (incompiuto, però) o se siamo ancora un lavoro in corso. Mentre mi metto i jeans nuovi e mi sento felice in mezzo ai miei amici, mentre mi sento di nuovo al mio posto, nel mondo, e non so se qui ci sei, tu, oppure no.

Che bello, questo anno nuovo.

 

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Annotazioni e frammenti

Ho pensato a tutte le volte che ho messo un piede davanti all’altro con l’euforia e la gioia mischiate a una lunga lista di aspettative. Cose piccole, senza pretese. Ma tanti piccoli pezzetti di cuore che mi sono stati strappati, dalle persone o dagli eventi, quando le cose non andavano come avevo sperato io. Adesso no. Ripenso ai sorrisi degli ultimi mesi e ne conto tanti, quasi tutti, legati ad eventi imprevisti o, quantomeno, sottovalutati. E quindi, basta. Ho finito di lamentarmi, ho finito di recitare in questo atto in cui ci sono io, maniaca del controllo, e le cose che mi sfuggono dalle mani. Adesso basta. Si aprono nuove strade, e le riconoscerò solo quando avrò iniziato a camminarci. Si aprono nuove strade.

[…] È importante che tu prenda una decisione su questioni simili, magari sulla base di prove concrete invece che di desideri. […] L’amore che sta sbocciando è un piacere fugace o una svolta decisiva che merita tutto il tuo impegno?

Questo lo diceva il mio oroscopo della scorsa settimana. E io, non so come né perché, ci ho dato retta. E ho girato pagina, proprio ieri sera. Come spesso mi è successo, di recente, in una mezzora ho chiuso un capitolo e ho aperto una nuova, possibile strada per il futuro. Solo che il capitolo era A. E ha fatto male osservare che stare lì a parlare, per mettere un punto forse già esplicitato, faceva più male a me che a lui. La nuova, possibile strada lascia margini di fantasticherie scientifiche. Meglio di niente, meglio di tanto, mentre mi rendo conto che, con un’altra attitudine, con meno pesi sulle spalle, sarebbe roba di cui gioire saltellando. Un po’ ho saltellato, in effetti. Ma mi sono stancata presto.

[…] Le probabilità che un ragno velenoso ti punga un piede in una scarpa sono meno di quelle di essere rapito da un alieno che somiglia a Elvis Presley e di essere costretto a cantare Single ladies di Beyoncé in un bar extraterrestre. E se continui ad avere ansie inutili come questa, finirai per interferire con quello che attualmente la vita preferirebbe darti: una tregua dalle tue paure e l’immunità da qualsiasi male.

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C’è spazio

Per scegliere le strade, e scegliersi le sfide,
c’è spazio.

Se c’è una cosa un po’ positiva di questa incertezza di orizzonti, prospettive materiali, scelte, destini, è la percezione (probabilmente falsata, ma ci teniamo quel che si può) che ci sia spazio. Per rimettersi in in discussione e diventare quello che si vuole essere. Per aprire un chiosco alle Canarie, con le maracas in tasca. Per amare tanto, tante persone diverse. Per costruire una collettività mutevole che sia, al contempo, intorno (contorno) ed essenza. Per trovare la stabilità solo in sé, senza dipendenze e squilibri.

Senza dipendere dal riconoscimento altrui, anche se non si riesce a smettere di cercarlo. Trovando il bello in quello che riempie le proprie giornate. Nei progetti, e anche nell’attesa.

(E nell’abbandono, che certe volte è la spinta più efficace)

E nel far le valigie ricordati di non scordare
qualche cosa di tuo che a te poi mi faccia pensare

(Per V., cuore delle mie giornate, che abbatte le barriere e resiste.
E che troverà il suo equilibrio nel suo, personale, femminile).

 

 

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Il primo giorno di liceo

Sarà la settimana propizia, sarà che sono per qualche giorno nel profondo nordest a fare visita ai miei,
sarà che il mio liceo, qualche giorno dopo i miei esami di maturità, si è trasferito (ironia della sorte) esattamente di fronte al cancello della casa numero uno,

quale che sia il motivo, mi son trovata a ripetizione a pensare al liceo non tornerei neanche se mi pagassero e a ricordare il primo giorno delle superiori – un po’ divertita, un po’ presa dall’imbarazzo a posteriori (quello per cui arrosisci e ti viene la tachicardia a ripensare a particolari eventi – anche a distanza di anni).

Mi ricordo la crisi di pianto la sera prima,
i miei che per rassicurarmi (?) mi dicevano ‘non è detto che tu sia la più brava nella nuova scuola’ e io, non potendo reggere la prospettiva dei miei sogni di gloria infranti, a singhiozzare ancora di più (e visto che in prima media, somatizzando, mi ero fatta venire il fuoco di sant’antonio, tutto sommato è andata bene).

I vestiti che avevo scelto in anticipo,
la maglietta nera, neutra
i pantaloni chiari di Benetton comprati in vacanza (mai più nella vita per sentirmi a mio agio avrei scelto liberamente dei pantaloni chiari)
la felpa fricchettona a quadri, per far capire il mio genere.

Era il 2002 ed eravamo usciti da poco dagli anni Novanta. I residui pervadevano soprattutto la bancata di sinistra, con le ragazze della provincia sud, con dieci centimetri di zeppe ciascuna e le magliette stile Britney allungate quanto bastava per evitare un richiamo in diretta (la mia adorata S., prof. di italiano, era un vero mastino).

Quelli di città si dividevano quasi perfettamente in due: quelli ancora con la faccia da pupetti, e quelli cui l’ormone aveva già mandato in malora l’ottanta per cento di cervello. Io, mi sa, stavo tra i primi (anche se la distinzione è sempre più netta per i maschi che, si sa, son creature meno complicate). Il mio cartellino con nome e cognome era illeggibile e coloratissimo. Seconda fila al centro, la geografia mi descriveva meglio di ogni presentazione verbale.

Tra quelli per cui l’adolescenza era un dramma ormai noto e quotidiano c’erano i miei futuri amici, che per tutto il primo anno sono state entità lontane e indispettite (L. mi odiava pure un po’. Quando smise, me ne innamorai perdutamente, e fu la rovina). Il mio amico L. aveva i capelli lunghi e scuri, possibilmente sulla faccia per nascondere i brufoli. La camicia azzurra a quadri verdi mi fa venire ancora nostalgia, se ci penso. Il mio amico A., già bello come il sole nonostante il momento poco propizio, si presentava con le ‘a’ del nome cerchiate, ché l’anarchia era prima di tutto (bei tempi) una toppa cucita sull’Eastpack.

Mi ricordo la prof di inglese, che entrò e fece un monologo in lingua lungo esattamente 55 minuti. Capivo circa l’80% di quello che diceva. Più tardi avrei afferrato che era un record (‘io da dietro vedevo la tua coda muoversi, facevi sì con la testa, ma capivi davvero??’).

Mi ricordo le tutors, quelle del quarto che ci presentarono la scuola per le nostre prime due ore, traumatizzandomi oltre ogni misura (in primis commentando favorevolmente il pacco del mio -futuro- professore di arte).

Mi ricordo la diffidenza con cui guardavo le giovani punk del lato destro. Sembravo invidiosa di loro (e forse un po’ lo ero) ma nonostante la pallosità avevo ragione  con la mia attitudine avversa. Su tutta la linea.

Mi ricordo come facevo finta di essere scema per mimetizzarmi (durò fino alle prime tre prove di ingresso, poi smisi per evitare il linciaggio). Mi ricordo il cappuccino a ricreazione, i volti noti di quelli più grandi che non ti salutavano mai, S. a cui volevo così bene e che non vedo da cinque anni, M. che faceva tristezza ma sapeva benissimo tutti gli orari degli autobus.

Un inizio traumatico per dei begli anni. Però no, non ci tornerei mai.

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